LICEO-MARI, IN ITALIA NON SI PUO’ PIU’ SOGNARE
‘Troppa umana speranza’ è il titolo dell’opera prima di Alessandro Mari presentata, venerdì 6 maggio 2011, presso l’aula magna del liceo classico ‘Virgilio’. Alessandro Mari, nato a Busto Arsizio nel 1980, si è cimentato nella costruzione di un’opera complessa che ha in sé elementi popolari e storici.
Attorno alla raffigurazione dettagliata dei quattro caratteri principali – tra i quali spicca il mito della storia italiana, Gius
eppe Garibaldi – si narra l’affascinante periodo risorgimentale. “È un romanzo di passioni sensuali, politiche, umane … È un romanzo sulla capacità di esporsi, di vivere davvero, e sul coraggio di amare, di sognare”, così si esprime la prof.ssa Grazia Procino, che assieme al professor Attolico, ha organizzato l’interessante e coinvolgente rassegna ‘Incontro con l’autore’.
Speranza e risorgimento sono le parole chiave del romanzo, ed è sul coraggio di sognare che verte l’intervento del giovane autore lombardo. Ne parla attraverso il personaggio di Anita, giovane donna che profuma di sensualità: “Io mi sono piano, piano innamorato di Anita”. Anita è pervasa dalla passione amorosa e politica.
Ama Giuseppe Garibaldi e con lui condivide gli ideali di libertà e di ema
ncipazione. Si batte per la lotta per l’indipendenza, “ho trovato in Anita uno di quegli amori totalizzanti, uno di quegli amori così grandi da non spegnersi mai”.
Il giovane scrittore lombardo aggiunge che ha voluto togliere il marmo e il bronzo ai quei personaggi, per certi versi così accademici, e restituirli al suo destinatario di carne. Dargli l’impeto, renderli umani, ‘troppo umani’, per far capire al lettore che “l’utopia all’inizio è di pochi, e che i giovani che son partiti rincorrendo un sogno, non hanno nulla di diverso da lui, da noi”. Ha voluto dar loro quel sentimento tipicamente risorgimentale, “perché spero che per proprietà transitiva quella stessa capacità di sognare si ritrovi ne
l nostro presente”.
Cita Mazzini che, nella ‘Giovine Italia’, accusa il vecchio, e per vecchio intendeva colui che è rassegnato. Alessandro parla con sottile malinconia della rassegnazione odierna e afferma, citando sempre Mazzini: “Noi non malediciamo il
passato, lo malediciamo solo quando incontriamo degli uomini che si ostinano a portarlo nel presente, e di conseguenza nel futuro, perché il domani è nostro, vostro e di chi lo abiterà”.
Importanti sono i riferimenti letterari che troviamo nel testo, Alessandro parla del fascino delle ‘Confessioni di un italiano’ di Ippolito
Nievo, nel quale un veneziano di nascita vuole fortemente morire italiano; del movimento letterario della Scapigliatura milanese, ed in particolare Tarchetti. Crede nell’intertestualità e che non ci sia autore che non abbia un debito simbolico con chi l’ha preceduto: “Ognuno di noi ha, ad esempio, un debito con Dickens e con la Londra che ci ha descritto …”. E, infine, per quanto concerne la scelta stilistica, il giovane autore lombardo sceglie l’utilizzo di vocaboli tipici del periodo risorgimentale accompagnati, però, da grandi infrazioni moderne.
Un incontro che bene s’inserisce nel clima dei 150 anni dall’Unità d’Italia, in un’Italia che ha al Governo il partito della Lega Nord, ed in un momento storico che sembra proibire la possibilità di sognare.