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“FESTA DEL LIBRO” TRA CANTO E OBLIO, A SPAZIO UNOTRE

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Si scrive solo una metà del libro, dell’altra metà si deve occupare il lettore”. J. Conrad

festa_libro_poesieEd è dedicata al lettore ‘La festa del libro’ alla sua 7̊ edizioneautore_libro_2, fortemente voluta dal ‘Presidio del libro’, associazione locale che si occupa di promuovere l’esercizio della lettura, in particolar modo nelle fasce giovanili.

Due i giorni dedicati ai libri: sabato mattina, 24 settembre, presso il nostro chiostro comunale con un incontro dedicato alle letture personali dei ragazzi delle V liceo; e domenica sera, 25 settembre, presso Spazio Unotre – luogo gentilmente messo a disposizione da Mario Pugliese –, con la presentazione del libro ‘Canto e orietta_limitone_canto_e_obliooblio’ di Giuseppe Goffredo.

“Abbiamo scelto per la serata conclusiva dedicata al libro la presenza di Giuseppe Goffredo, intellettuale dall’insigne valore, accompagnato dalla musica di Giuseppe irene_martinoAmatulli”, in questi termini si esprime Orietta Limitone, responsabile del ‘Presidio del libro’ gioiese, nel mentre del suo discorso incipitario.

‘Canto e oblio’ è un “canzoniere d’amore”, così lo definisce la professoressa Irene Martino durante la sua lettura critica al testo. Amore come attesa, “l’attesa è estenuante/ resta l’eterno vuoto dell’altro […]. Qui, qui, qui manca tutto/ il tempo passa lento/ le uscite sono bloccate”. Amore come ritorno, incontro mentale e sensoriale, “Stringimi forte/ fammi male […]”. Amore come canto estremo di un autore_librouomo, l’unico vero canto possibile, “Custodiscimi nella canzone dell’esistere/ vienimi, stammi vicino, non ti stancare/ vienimi, danza, muoviti è giorno […]”. È un grido disperato dell’anima, è una ricerca incessante che non riesce ad avere termine, e che può concludersi sergio_gattisolo con il possesso – nel senso più totalizzante del termine – dell’altro.

Secondo la professoressa, “è come se la voce narrante avesse continuamente bisogno del momento dell’incontro”. Trattasi di un’esigenza dirompente d’incontrare l’altro che non può non tradursi in un’unione fisica. Sembra che l’io poetico non trascenda mai dalla materia, materia che diventa la parola stessa, perché nella poesia di Giuseppe Goffredo la parola ha la sua precisa consistenza. Il suo caviolinonto è dato dalla potenza, dalla forza intrinseca della parola, perché, in fondo, come afferma la Martino, “l’amore senza la parola non potrebbe esistere”.

La mano del poeta sembra essere trasportata da questo ‘inchiostro incantato’ – per citare una sua espressione – da un sentimento che in maniera continua richiama la Verità. Ma, conclude Irene Martino, “il poeta sa di non possedere la verità e che le sue sono ipotesi di senso … ma non bisogna rinunciare a questa ricerca di senso continuo che è la nostra vita”.

Alla lettura critica della professoressa, in conclusione, è seguita l’interpretazione ai versi data dalla voce di Giuseppe Goffredo stesso, accompagnata dalla raffinatezza melodica del violino di Giuseppe Amatulli, e dall’arte figurativa di Sergio Gatti.

Scatti fotografici messi a disposizione della Redazione da Anronella Lozito che si ringrazia per la disponibilità.

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