“ARTE IN COMUNE”, CINQUE GIORNI DI SUCCESSO-foto-

Un successo “Arte in Comune”, in questa settima edizione della “Giornata del Contemporaneo” proposta dalla A.M.A.C.I. e organizzata nel Chiostro di Palazzo San Domenico dall’Associazione Artensione con il patrocinio del Comune.
Dall’8 al 12 ottobre ben sedici artisti si sono confrontati ed hanno “concettualizzato” attraverso le loro opere un senso di contemporaneità alquanto eterogeneo.
Cifra stilistica decisamente varia, con punte di esasperata ricerca di unicità ma anche riproposizioni consolidate, di facile lettura e provocazioni “ad arte” altrettanto efficaci.
Un mosaico di suggestive contraddizioni per dar vita ad una contemporaneità che si esprime attraverso un linguaggio teso ad esaltare le diversità, l’individualismo.
L’amalgama di intenti è l’elemento di coesione di così diverse “anime”, eppur si sente l’assenza di un filo conduttore, di “note” di sottofondo che al pari di un’essenza aleggino, si insinuino e pervadano il luogo e le sue tessiture pittoriche – “Monadi nomadi” racchiuse in un’aura di struggente solitudine – per dissipare quel sottile disappunto che disorienta e disegna inquietanti chiaroscuri comunicativi e relazionali.
Di contro vi è la personalità “luminosa” dei singoli artisti. La loro “vis” artistica in dialogo con lo sguardo ricrea la magia delle emozioni.
Michele Angelillo su tela di sacco e legno svela la più
intima essenza della femminilità, il suo ruvido abbandono tra petali rossi e seta turchese, il suo ligneo e raccolto meditare in ondeggianti, empatici nastri di non colore.
Umberto Colapinto nutre e irrora le sue tele di capillare giocosità, tatuaggi di pioggia colorata verticalizzano in reticolati sclerotizzati la sua solarità, mentre Antonio D’Aprile graffia i suoi boschi, sottrae loro colore e apre squarci lacustri in malinconici autunni.
Di Luca Di Napoli conquista la scelta di illuminare emozioni oscure, imprigionate nel silenzio dei colori e dei volti, attraverso ferite sottili come pioggia e gocce di luce. Terso, di contro, un intenso primo piano incastonato
“ad arte” in geometriche angolature.
Dolcezza soffusa e mai scontata sui volti perlacei di Agata Difino, in antitesi con gli audaci accostamenti cromatici di Antonella Lozito, proiettata in un fiammingo furore che esalta l’intensità delle sue tele su cui sbocciano donne carnali, appassionate e accaldate da un’urgenza emozionale che la tela a stento racchiude.
Inedita nel suo ritorno al passato, Giovanna Laverminella, metaforica la scelta della matita e dei chiaroscuri per dar volto all’infanzia, disegnarne il gioioso abbandono cullato dal nulla o sorretto da mani materne, dettagli minuziosi ed evanescenti ricordi su cui costruire il proprio equilibrio. Il tempo si sgrana, può render sbiaditi i vissuti, incerti e sfumati i contorni, forse anche cancellare quel che si era e non si è più. E’ il presente, con i suoi colori, il futuro con le sue speranze a restituire vivido il senso
della vita. La sua luce – presagio di pacificanti arcobaleni – disperde le ombre e i chiaroscuri del passato, in essa s’intinge l’ispirazione.
Carlo Molinari con i suoi pixel – mosaico di volti virtuali e le inquietanti mareggiate in cui vorticano volti celesti, esprime con forza una contemporaneità contaminata da futurismo.
Mimmo Milano, imprigionato nell’incantesimo di una bolla metropolitana, inneggia alla pace ed alla libertà mentre Mario Lozito – in una surreale e metafisica metempsicosi – rinasce tra il nero e il rosso ed esplora nuove e luminose albe da uno squarcio cuoriforme, metafora d’alieno amore di un oscuro universo dalle acuminate, plastiche asperità.
Mariateresa Romano nella placenta di Madre Africa, incuba maternità ed infanzia, Stefania Digioia scolpisce rughe bicrome e floridi se
ni monocromi in conturbanti paesaggi onirici.
Daniela Petrera dà vita a una futuristica “medusa”, dal volto e dai ricci “coriandolati” in arditi ritagli geometrici, a ridosso di una “seppiata” e stupita Marylin Monroe.
Per Mario Pugliese nessuna incertezza, la pluralità del mondo e dei suoi attori, di profilo, a testa in giù, parzialmente affacciati alla tela ma sempre definiti nei contorni e incasellati in una quotidianità di cui lo sfondo narra una storia che il dettaglio puntualmente riscrive, domina il presente.
Sergio Gatti provoca, glissa la contemporaneità lanciando un messaggio: l’arte si evolve seguendo i suoi tempi, non può essere mercificata, può esprimersi anche nel suo incubare un pensiero, un’idea racchiusa nella crisalide della mente, nutrita dallo spirito, fortificata dalla fede, resa ancor più preziosa da una iridescente attesa.
E’ di fatto svilirla, rubarle l’anima, vestirla di colore e darle forma, renderla “piacente” e compiacente, spogliandola di ogni dignità. Per questo l’artista decide di lasciare agli angeli, eterni messaggeri dell’arte e dello spirito, il compito di alludere ad una assenza – presenza e annunciare un’ent
ità in continuo evolversi, una piccola luce vibrante che danza tra i fili di seta del suo bozzolo metafisico, in attesa di spiegare le ali e prendere il volo.
Per Pleero, al secolo Claudio De Leo, nulla di più precario dell’arte racchiusa nell’allegoria di un tetto in plastica anni ’60, sberciato, sporcato dalla politica clientelare, vissuto negli anni di piombo e riciclato per dar vita ad una speranza da “ramarri” (suggestivo l’effetto a luci spente, con un verde alieno illuminato dall’interno). Ed ancor più precario il percorso asfaltato di carta verde incerottata, sgranocchiata con gusto da Pata, la cagnolina di Mario Pugliese, mascotte della mostra pronta a giocare con i piccini e mangiucchiare di tutto pur di sopravvivere, anch’essa metafora vivente di una vita precaria e randagia da cui salvarsi solo grazie all’amore.
Un particolare ringraziamento lo rivolgiamo a Mario Di Giuseppe e Fabio Guliersi per aver messo a nostra disposizione i loro inconfondibili scatti fotografici.