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MICHELE FASANO RACCONTA IL MITO ADRIANO OLIVETTI

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michele-fasano-teatroGiovedì 12 aprile, presso il teatro comunale Rossini è stato proiettato l’atteso film-documentario “In me non c’è che futuro …” centrato sulla figura dell’imprenditore umanista Adriano Olivetti.

L’opera del regista gioiese Michele Fasano è stata presentata il 27 marzo al BIF&ST International Film Festival e nei mesi scorsi ad Innsbruck, Ivrea, Roma, Torino, Siena, Piacenza, Milano e Bologna.

Michele Fasano, produttore indipendente, laureatosi presso la Dams di Bologna ed allievo di Tonino Guerra, ha creato la “Sattva Films production and school”, produzione cui deve i natali questo terzo progetto filmico-editoriale, preceduto da “Filo di luce” nel 2004 e “Otranto, il Mosaico, il Viaggio di Seth” nel 2009.

fasano libro in me non c che futuroIl lungometraggio suddiviso in due parti della durata di 72 minuti l’una: “Alle origini di un modello” e “Il modello comunitario concreto” è parte integrante del libro “In me non c’è che futuro … Ritratto di Adriano Olivetti”, in distribuzione presso la Librellula, la libreria Minerva di Tommaso Lillo e in tutta Italia.

Simona Di Paolo, ricercatrice dell’università di Napoli, in un suo articolo sulla figura poliedrica di Olivetti afferma: “La Olivetti dell’ingegner Adriano rappresentava allora quello che oggi si chiede alle imprese di essere: fabbriche lucenti, buone condizioni di lavoro, alti salari, innumerevoli attività culturali e socio assistenziali, iniziative a favore dello sviluppo locale nella prospettiva di una crescita globale, ma umana e solidale”. 

Katia Balbo

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“IN ME NON C’E’ CHE FUTURO…”

adriano-olivetti fotoMichele Fasano apre il lungometraggio con un primo piano sullo sguardo limpido di Adriano Olivetti che pian piano di allarga mostrando la sua azienda e si chiude in perfetta struttura circolare, sulla stessa foto, mentre la voce fuori campo di Filippo Plancher così recita: “Crede nel valore della spiritualità, dell’arte, della cultura, crede nell’uomo, nella sua fiamma divina, nella sua capacità di elevazione e riscatto…” nel futuro di una umanità imprenditoriale migliore.

L’alternarsi di immagini e filmati con sottofondi musicali “meditati” ed inediti che ne esaltano la bellezza, a testimonianze – interviste in apparenza essenziali, in realtà impreziosite da aneddoti e riflessioni, rendono agile e mai statico l’ascolto.

Abili le cuciture ed il montaggio che rendono protagonista della narrazione l’interlocutore, spesso un ex dipendente, un conoscente, un amico dell’imprenditore, visibilmente a proprio agio nel suo studio o in casa, in un contesto che ne disegna il profilo ancor prima che le parole.In-me-non-c-che-futuro

L’assenza di sollecitazioni “udibili” che pur aleggiano nella tessitura del discorso, crea una atmosfera di intima anticipazione.

Nasce così un affresco, un composito mosaico che pone direttamente al centro della storia i valori, la bontà e la lungimiranza di un imprenditore poco conosciuto dalle nuove generazioni.

L’accesso all’archivio della Fondazione Adriano Olivetti di cui è presidente l’ultimogenita dell’imprenditore, Laura Olivetti, e l’utilizzo del materiale documentario, di foto e filmati, composti con cura e raffinata arte al pari di una partitura melodica, hanno permesso al regista di restituire al futuro la storia, le speranze, l’esempio di un uomo che ha percepito e dato risposte concrete ai bisogni della sua comunità, ponendo dinnanzi al profitto il benessere del lavoratore, ascoltandolo, formandolo, sostenendo i suoi progetti di vita e di famiglia, il suo futuro.

olivetti-adriano-ppLa narrazione si sgrana tenendo ben fermo ed allineato il sestante dell’oggettività storico – scientifica, mentre la lettura delle pagine, anch’esse scandite ritmicamente da un’alternanza di voci che cesellano l’immagine di Adriano Olivetti osservandolo da diversi punti di vista, si rivela complementare alla lettura filmica, che tra l’altro si avvale di due supporti, nel primo il film documentario, nel secondo le testimonianze integrali.

Il ricordo si contamina di emozioni profonde. Benché talvolta esse tradiscano la propria vibrazione solo in filigrana – afferma Fasano –  si rivelano comunque preziose. Adriano Olivetti usa il pensiero e lo agisce senza identificarsi con esso, le ideologie per lui sono strumenti, pratiche d’uso, culture. E’ una personalità polifonica, multiculturale, tendente all’armonia, che sa trascendere e comprendere le differenze, tenere insieme spiritualità e materialità, filosoficamente fiducioso in una adriano a coloriontologia dialogica, refrattario a una visione  dialettica che del conflitto sa dare solo un’interpretazione bellica in termini di vincitori e di vinti.“

“Mi sono posto due regole: non cedere alla tentazione di impostare la drammaturgia del film sfruttando qualsiasi tipo di pathos, evitando così mistificazioni e banalizzazioni e rendere visibile che il modello politico imprenditoriale è applicabile, ma manca una classe dirigente all’altezza e culturalmente adeguata.”

Nel ’34 Adriano Olivetti inaugura il primo asilo aziendale, nel ’36 la mensa aziendale ed istituisce i primi convalescenziari per malattie professionali, nel ’37 viene istituito il trasporto gratuito per i dipendenti e le loro famiglie, negli anni ’40 le colonie estive per ragazzi fino a 14 anni e borse di studio anche per tipologie di studio non utili all’azienda, a copertura totale dei costi sostenuti dall’istituto superiore fino alla laurea. Nella sua “fabbrica” vi sono circoli ricreativi e una fornitissima biblioteca. Nelle due ore di pausa pranzo è possibile leggere, giocare a bocce, ping pong o tennis. Negli anni ’50 destina annualmente 500 milioni di lire ad un fondo di solidarietà adriano in fabbricainterno affidato ad un consiglio di gestione istituito nel ’48 di cui fanno parte gli stessi lavoratori. E che dire della visione ecosostenibile attuata a protezione delle città che ospitano i suoi insediamenti industriali? L’azienda – a suo avviso – deve arricchire e proteggere il territorio, non deturparlo. Con competenze urbanistiche ed umanistiche non da poco, investe nella zona industriale, “pensata” a misura d’uomo.

Le vetrate del nuovo stabilimento di Ivrea, ricostruito su disegno di giovani architetti tra cui Figini, Pollini, Zanuso ed altri, sono trasparenti per consentire ai lavoratori di godere del paesaggio e della luce naturale, i quartieri residenziali ed ogni costruzione sono progettati per il benessere del lavoratore. Adriano è il primo industriale in Italia a ridurre le ore settimanali portandole da 48 a 45 con uno stipendio superiore del 20% rispetto alla base contrattuale, a disporre che la maternità venga retribuita per nove mesi (sei prima e tre dopo la nascita del bimbo), senza alcuna sollecitazione sindacale e a fondare a Firenze una vera e antesignana scuola di “marketing e psicologia delle vendite” per i suoi agenti.

adriano e operaiLa Olivetti in quegli anni è un cenacolo, un vero crocevia intellettuale. Tra i suoi collaboratori famosi sociologi, architetti, scrittori, scienziati, psicologi tra cui Franco Momigliano, Paolo Volponi, Bobi Bazlen, Luciano Gallino, Francesco Novara, Bruno Zevi, Luciano Foà, Furio Colombo, Franco Ferrarotti, Tiziano Terzani. Tutti i dipendenti vengono ascoltati, dal dirigente all’ultimo operaio assunto ed i loro suggerimenti presi in seria considerazione ed appuntati dallo stesso Olivetti nella loro cartella.

Sulla parete di una delle officine figura un grandioso affresco di Renato Guttuso e Luigi Nono vi dirige un concerto, numerose le mostre e i festival cinematografici organizzati in azienda.

Non utopia ma geniale intuizione sociale – presagio di un illuminismo imprenditoriale di cui si sente ancor oggi l’esigenzasostenere le spese degli studi dei figli dei dipendenti e ad essi stessi, se inseriti in un percorso di acquisizione di professionalità utili all’azienda, offrire lo stipendio esentandoli dal lavoro. Ed ancor di più scoprire che nella Olivetti vi sono psicologi, pedagogisti, umanisti accanto ad altissime professionalità tecniche, veri e propri inventori che riversano il proprio ingegno e la propria creatività in un’industria dinamica, processiva e proteiforme, pronta a conquistare i mercati italiani ed esteri puntando alla qualità del prodotto, al design e all’innovazione.

adriano-olivetti-lapresse324x230In gioventù Adriano, frequenta ambienti liberali e riformisti, collabora alle riviste “L’azione riformista” e “Tempi nuovi” ed entra in contatto con Piero Gobetti, di cui è coetaneo e Carlo Rosselli.

Dopo aver conseguito a 25 anni la laurea in Ingegneria Chimica, lavora come operaio nella sua stessa ditta per ben cinque anni per comprendere – come suggerito dal suo papà Camillo – i processi di produzione ed i reali bisogni dei lavoratori.

In America, presso la Ford apprende le innovazioni sulla gestione del lavoro e le adatta alla realtà italiana. La sua è l’unica azienda a non licenziare neanche nei periodi più bui della crisi.

In pieno regime è alla guida dell’auto che porterà Filippo Turati oltralpe, con l’aiuto di Parri e Sandro Pertini. Viene tacciato di essere sovversivo a causa di una lettera spedita in America ed è costretto dal ’44 al ’45 a rifugiarsi a L367 standardphoto 1ugano in Svizzera, qui scrive “Ordine politico della Comunità”, un progetto organico di riforme istituzionali dello Stato definito da Altiero Spinelli “opera feconda e originale”.

Nel ‘55 nel suo stabilimento nasce il primo calcolatore elettronico portatile, intuizione che darà origine ai personal computer, nel ’59 è la volta di Elea 9003, il primo mega computer su progetto Olivetti e negli stessi anni acquisisce l’azienda americana Underwood. La ditta conta 870 dipendenti nel ’33, 4.673 nel ’43, 6.247 nel ’53, 24.200 nel ’58 (14.200 in Italia e 10.000 all’estero) e ben 45.000 nel ’61 e tutti nutrono nei confronti dell’azienda un forte senso di appartenenza.

Il 27 febbraio del 1960, Adriano Olivetti è in treno, in viaggio verso Lugano quando un malore lo strappa alla vita, all’età di 59 anni. Nella sua borsa vi è il progetto della adriano olivetti tesseraFondazione Camillo Olivetti, il quale prevede che un 25% dei profitti dell’azienda siano destinati alle università per la ricerca, un 25% alla famiglia, un altro 25% a disposizione degli azionisti ed l’ultimo 25% per i lavoratori.

Non è un caso che sia inviso ed incompreso dai suoi pari, né che non si sia mai iscritto alla Confindustria, distante davvero anni luce – culturalmente ed umanamente – dai suoi ideali imprenditoriali. Alla sua morte suo figlio, Roberto Olivetti, ha minor fortuna. Pur condividendo le idee del padre si ritrova contro la famiglia e nel ’62, in un periodo di crisi e maggior esposizione di capitali, viene costretto, a seguito di accordi politici internazionali, a cedere il settore dell’elettronica alla General Electric americana. L’azienda inizia il suo declino, un epilogo che mai Olivetti avrebbe accettato.

Dalila Bellacicco

 

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