+ VOCE: ELENA GENTILE L’ENERGIA DELLE DONNE

La donna in qualunque con
testo operi e si impegni è espressione di pura “energia” e questo incontro ne è riprova. Ben due donne, Antonella Campagna e Serenella Molendini, assenti per motivi di natura familiare e politica, vengono sostituite con un preavviso minimo da altre due donne: Lucia Rizzi e Adalisa Campanelli, pronte a dare il proprio contributo con generosità.
Energia, solidarietà, condivisione, praticità… , non a caso termini declinati al femminile, il 17 aprile nella Sala De Deo hanno dato vita ad un confronto interessantissimo, protagoniste quattro donne: Elena Gentile, assessore regionale alle Pari Opportunità ed al Welfare, Adalisa Campanelli, dirigente provinciale del Partito Democratico, Piera De Giorgi e Vanna Magistro, candidate del PD.
Lucia Rizzi con brevi ed efficaci domande ha consentito alle relatrici di raccontarsi ed “elettrizzare” non solo le donne presenti in sala, ma l’intero uditorio.
Il video in apertura ha mostrato un’inedita Elena Gentile ai microfoni di “Dal Sud con le donne per ricostruire l’Italia”: grinta, gran voce e pathos nelle sue dichiarazioni non so
lo d’intenti.
Che le leggi da lei proposte siano destinate a cambiar la storia, è confermato dai fatti… Ultima eroica “impresa” la proposta di modifica dell’attuale legge elettorale pugliese con un emendamento “rivoluzionario”: in ogni gruppo di liste nessuno dei due sessi potrà essere rappresentato in misura superiore al 50%, prevista anche l’introduzione della doppia preferenza (una per candidata e una per candidato della stessa lista). Un emendamento che ha trovato consensi politici trasversali ed il plauso del mondo civile ed associativo. Se entro luglio si raccoglieranno 15mila firme, questa proposta potrebbe divenire realtà.
“Sono contraria alle quote rosa – afferma Elena Gentile – né questa legge le sancisce, anche se abbiamo impugnato al Tar delibere di insediamenti di giunte che non le rispettavano e affermato tale principio con lo strumento che meno si affeziona alla politica: la carta bollata… Abbiamo fatto di necessità virtù! Sono per il principio della democrazia paritaria, un voto al 50% è un principio di sana e opportuna democrazia, non sarà la migliore delle soluzioni, ma è un modello blindato per non rischiare in Corte Costituzionale. Su 70 consiglieri regionali si cont
ano solo tre donne. E’ difficile per una donna raggiungere i voti necessari, è difficile perché sono le donne a non votare le donne”.
“Il nostro è un Welfare di spessore, non contempla alcuna discriminazione per l’accesso ai servizi. In tre anni sono stati creati 50mila posti di lavoro di cui 30mila occupati da donne, capitale per anni sotto costo e poco valorizzato. Ora ci sono 2mila asili nido, 7mila posti per bimbi e tutto ciò ha consentito a 2mila donne di costruire un progetto di vita. Le politiche per le donne passano attraverso la legge per le Pari Opportunità. Pochi sostengono il principio della declinazione della democrazia paritaria, abbiamo incontrato straordinarie difficoltà nel far passare l’idea che “più donna” significa più qualità”.
Il 97% delle istituzioni relega le donne alle politiche sociali e se va bene alla cultura, non assegna quasi mai responsabilità legate ad interessi forti. “E quando una donna ripensa ai modelli del territorio, i risultati non si fanno attendere”, è il caso di Angela Barbanente.
“L’idea di sviluppo incardinata su nuove costruzioni – continua l’assessore Gentile – non regge. Una città ch
e si espande, che si allontana dal centro condanna quell’amministrazione, quel bilancio, all’impossibilità di gestire i costi successivi, le pulizie delle strade, il decoro, i costi del trasporto… e non è solo una scelta virtuosa e politica per rendere compatibile il bilancio del comune. L’idea di una città che si espande non regge più! Occorre riqualificare il patrimonio esistente, recuperare le periferie. Con questo non è che si voglia criminalizzare quel segmento di impresa. Lo abbiamo dimostrato con i piani integrati adottati per il recupero delle periferie, creando nuovi luoghi di socializzazione, strade, piazze, costruendo modelli di partecipazione democratica, strumenti di integrazione e non di separazione.”
“Nel 2006 alla legge 19 per la prima volta fu dato un nome, in esso il seme del cambiamento. L’opposizione era ben decisa a non scompaginare il Welfare, per tre giorni restammo bloccati da pile di emendamenti. Per Salvatore Tatarella la mia era una “deleguccia di complemento” a peso specifico irrilevante, invece ha segnato un forte cambiamento: non più compassione e carità ma progresso economico e civile. Abbiamo scompaginato molti assetti, abbiamo investito 200 milioni di euro in quell’idea di Welfare, di società portatrice di sviluppo. Un investimento che ha assicurato infrastrutture di qualità, ospitali, moderne, accoglienti, nelle quali prevedere e formare le competenze. Non esistevano operatori socio sanitari, oggi siamo alla vigilia di un nuovo bando ed è il mercato che li richiede. Di quei 30mila posti di lavoro, molti sono nel settore del servizio alla persona”.
“Le politiche sociali non sono autosufficienti, i fondi di fatto azzerati… noi sulle famiglie abbiamo costruito altro, sono luogo di affetti, non di “riparazione” dei servizi. Non è giusto che si continui a chiedere alla donna di sacrificarsi se in famiglia c’è un disabile… Il valore aggiunto sta nel percorso che abbiamo intrapreso insieme, ogni sfumatura di questa legge è stata condivisa con chiesa, sistema di impresa, volontariato, famiglie, un puzzle frutto di sintesi delle tante culture che hanno scritto la storia di Puglia. A chi mi ha chiesto il perché di tanto impegno, ho risposto che ognuna di noi deve lasciare un segno. Ai miei figli Enrica e Giorgio ho sottratto tanto tempo, sono in debito verso di loro. Ma sono sicura che con la consapevolezza di quanto ho fatto, mi perdoneranno”.
La commozione vela lo sguardo di Elena, i ricordi sono tanti e non sempre felici.
Nel 1985, in un pomeriggio uggioso di febbraio, riceve una visita nell’ospedale in cui lavora come pediatra. Il segretario della sezione comunista (che diverrà suo marito) cui Elena si è iscritta il giorno in cui è morto Enrico Berlinguer, le propone di candidarsi alle comunali. Inizialmente le reticenz
e sono tante, è all’inizio della sua carriera professionale, infine cede al corteggiamento non solo “politico” e, suo malgrado, stravolge la storia consolidata della militanza. Riveste l’incarico di vicesindaco, di assessore ai Servizi sociali e al Bilancio, poi nel luglio del ’91, a 38 anni, viene eletta sindaco della sua città, Cerignola, ma viene “accompagnata” alle dimissioni dopo solo nove mesi…
“Ragionavo con la mia testa e questo dava fastidio… Non ero portatrice degli stessi interessi di chi governava con me, gli assessori disertavano le riunioni in giunta, alla fine fui costretta a dimettermi e questo ancora oggi mi addolora… Una donna deve esser capace di dire “sì” se convinta, consapevole di rappresentare interessi diffusi e di dire “no” quando gli stessi vengono mortificati, anche a prezzo di duri sacrifici. Vado dal parrucchiere tre volte l’anno, gli abiti li compro al volo… non ho tempo da dedicare a me stessa, alla mia famiglia. Ricordo che da assessore ai Servizi sociali riuscii a far costruire a Cerignola una struttura per lavoratori immigrati nel ’91, avevo tutti contro, anche il partito, nessuno era contento di vedersi intorno tanti stra
nieri la mia Enrica aveva due anni ed era con me, in un prefabbricato assolato in piena estate… fu il seme di una contaminazione culturale che poi è diventato un modello proposto alla Regione…”.
Adalisa Campanelli non ha dubbi: l’energia delle donne trasmette energia, ma non è semplice impegnarsi in prima linea. La politica è costruita sul modello maschile, la donna deve sempre dimostrare il suo impegno e adattarsi ad orari incompatibili con la vita familiare.
“Mio figlio ha 12 anni, è tornato da un viaggio all’estero profondamente stupito dall’esistenza di mense nelle scuole medie, da noi è ancora utopia… La donna è sempre la seconda opzione, ci sono solo due presidenti donna nelle regioni d’Italia. La stessa politica è costruita su modelli maschili, per una donna non ci sono sconti, deve sempre dimostrare di essere all’altezza. La resistenza va vinta con l’impegno ed investendo in aiuti concreti alla famiglia che consentano alla donna di esprimere le proprie capacità in piena libertà”.
Piera De Giorgi, docente di lingua e letteratura straniera presso il Liceo scientifico R. Canudo, capolis
ta per il PD, confessa che la sua è stata una scelta sofferta. E’ nel partito da tre anni, le riunioni portano via ore per poi decidere ben poco, fortunatamente sia il marito che i figli hanno compreso il suo impegno e la sostengono.
“Cresce l’autostima, soprattutto quando scopri di poter contribuire anche se dietro non hai grandi storie. Valuti meglio quello che ti dicono e non ti dicono, leggi il linguaggio cifrato. La scelta di restare nel partito e non fare le primarie è stata una scelta di maturità. Non puoi pretendere più di ciò che dai, a scuola, in famiglia, in politica… L’arrivo di Giovanna mi ha rinfrancata, siamo in sintonia ed abbiamo iniziato a progettare insieme. Le idee che per i tempi della politica venivano procrastinate, non comprese o poco valorizzate le abbiamo realizzate fuori dal partito, il messaggio è “fare” stando insieme”.
Giovanna Magistro si è rivelata sin dagli inizi una risorsa per il PD. Laurea in Scienze dell’Educazione a pieni voti, Master in Relazioni Pubbliche e Progettazione Europea a Bruxelles, progettista e ricercatrice sociale, consulente di e
nti pubblici e privati entra nel partito quando Enzo Cuscito riveste il ruolo di segretario. Con determinazione e grinta afferma le sue idee senza lasciarsi intimorire, non esita a “tirar le orecchie” anche a Povia dimissionario dal PD né a criticare aspramente Longo, quando nel suo ultimo consiglio comunale definisce la maternità un “virus”.
“Ci vogliono davvero più donne in politica e nelle istituzioni – dichiara Giovanna – anche se parlare di quote rosa può sembrare negazione del merito. Non è facile recuperare voti se non sei conosciuta, non hai imprese né appoggi. Dei 23mila votanti in media si affacciano alle urne in 17mila e i candidati sono 241…”.
Melina Procino interviene a fine incontro, il suo è l’unico intervento. Primo assessore donna nel Comune, prima degli eletti alla Provincia, prima donna gioiese a rivestire il ruolo di assessore provinciale, “… ma tanti “primati” – confessa con amarezza – non sono sufficienti. Ho dovuto attendere un anno per insediarmi, pur essendo la più votata… se non fosse andato in Parlamento chi mi precedeva, sarei rimasta in “panchina”. Nella tornata elettorale succ
essiva ero pronta a scendere in campo, forte dell’esperienza vissuta sapevo di poter dare di più, ma il veto di Povia (candidato alla Provincia) non me lo ha consentito”.
Melina ha accolto questa emarginazione per “dovere” e subito una sconfitta cocente e immeritata… Le donne possono dar tanto in politica, ma in poche decidono di mettersi in gioco, se poi vengono frenate nell’entusiasmo e nel percorso, ha senso “invitarle” a scendere in campo?
“La vera emancipazione nasce dentro – afferma Melina – dobbiamo continuare a crederci e non arrenderci!”.
(Foto a cura di Angela Tamborrino che si ringrazia per la collaborazione)