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INTERVISTA A VITO OSVALDO, ATTORE E REGISTA GIOIESE

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Tra gli incontri culturali che nei giorni scorsi hanno “animato” Gioia la rivisitazione di “Sacco e Vanzetti” proposta da Vito Osvaldo Angelillo e Kecco Recchia in via Roma, all’altezza della Chiesa di Santa Lucia.

Abbiamo posto a Vito Osvaldo alcune domande in proposito.

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– Spettacolo per strada…. una scelta o di necessità virtù?

La scelta della strada è la scelta di un pubblico diverso, per la maggior parte aleatorio, che non necessariamente si ritrova a proprio agio nello spazio circoscritto del teatro. Rinunciare alle poltroncine rivestite di velluto, e con il lastricato al posto delle assi del palcoscenico, vuol dire aprire a dimensioni troppo spesso destinate alla borghesia in favore di qualcosa che in strada trova la propria legittimazione popolare. All’aria aperta, senza nessun tipo di protezione, questo spettacolo è stato sperimentare di fatto l’idea che un recital, anche di spessore, possa non avere un luogo privilegiato, ma è possibile in tutti i luoghi. Direi che la necessità coincida con la virtù di una scelta di posizione. E’ anche vero che il teatro tenta, o meglio annaspa, nel tentativo di riportarsi ad una dimensione popolare e riconquistare le masse perdute di vista… Ma è anche vero che le filodrammatiche e i gruppi strapaese gioiesi hanno assistito ad una progressiva distruzione del loro teatro, a causa di una Amministrazione miope e di parte. Allora forse tornare in strada è il segno ancora più potente di come la voce delle filodrammatiche sia viva più che mai ed offra contenuti e forme di elevata qualità, fermo restando il massimo rispetto nei confronti dei gruppi strapaese che sono espressione forse meno disciplinata ma certamente configurazione sociale spontanea e vivace. La precedente amministrazione ha voluto esiliarci dall’involucro, la sede biologica della filodrammatica, ma non può distruggere i contenuti che prendono nuova vita e nuove forme in un altro luogo altrettanto biologico dello spettacolo, cioè le piazze, le strade, gli anfratti della città…

– Perché scegliere Sacco e Vanzetti e non altri personaggi?

Per parlare del lato oscuro del potere col massimo verismo possibile allora occorre soffermarsi su figure esemplari reali, ben situate nel tempo e nello spazio, con una chiara identità. Un recital che abbia fonti e testimonianze e che comprenda qualche considerazione, con gli ingredienti necessari per suscitare emozione e allo stesso tempo stimolare la riflessione, informare le nuove generazioni su fatti che altrimenti rischierebbero l’oblio, ha bisogno di uomini e donne che hanno avuto carne e sangue proprio come noi. Non dèi, semidei, o grandi condottieri. Bensì due emigranti, due emarginati, due “nullità” nel grande oceano dell’umanità. Credo che la terribile storia di Sacco e Vanzetti possa essere ascrivibile al repertorio della lotta di classe, ma questo spettacolo è soprattutto una narrazione che non è astrazione, non è estetica, non è esercizio di stile, e che sebbene abbia slanci oratori non sconfina di certo nell’estetismo. Penso alla preistoria quando la cultura era narrazione di storie di caccia intorno al fuoco del villaggio, penso alla cultura popolare della nonna quando tenendomi sulle ginocchia mi affabulava. La strada è il fuoco del villaggio, la strada è le ginocchia della mia vecchia. E Sacco e Vanzetti nella loro esistenza di uomini comuni, un calzolaio ed un pescivendolo, mai avrebbero pensato di diventare importanti per la grande storia. La storia di due persone comuni ma che credevano nella fratellanza, nell’eguaglianza, nella solidarietà va detta e raccontata per le strade, anzi di strada in strada, di paese in paese, per tutte le strade del mondo. La storia non la fanno i grandi della Terra, ma l’uomo comune che con le sue azioni piccole e quotidiane, e giuste e naturali può destabilizzare il Grande Sistema, eccoli i piccoli Davide senza speranza contro un potentissimo Golia che non lascerà loro nessuno scampo però… possono bruciare i loro corpi ma non le loro idee. E Sacco e Vanzetti moriranno per questo. Moriranno immolando se stessi nel nome di un ideale che non può rimanere chiuso dentro nessun contenitore e nessun libro di storia, ma va tramandato di bocca in bocca, di generazione in generazione.

– Con Kecco Recchia è nata una coppia vincente… farete altro insieme?

Non lo escludo. Ho spessissimo lavorato con musicisti, molto bravi e molto preparati ma soprattutto mentalmente aperti. Spesso il rigorismo del Conservatorio soffoca l’entusiasmo, inibisce l’uscire dal coro e rompere le regole per osare un volo libero, cimentarsi con le ambiguità del suono, ma non sempre e non con tutti, per fortuna. Potrei citare diversi musici gioiesi con cui sono stato perfettamente a mio agio durante la preparazione di diversi spettacoli, molti giovani pieni di talento: Gabriele e Francesco D’Aprile, Antonio Leronni, Ilaria Stoppini, Valerio Barile, Napoleone Pavone, e poi i più navigati Antonio Taranto, Titti dell’Orco o i virtuosi autodidatti come Pasquale Petrera e il suo banjo. Con Kecco c’è stato subito feeling, bastava un’occhiata per capirsi al volo. In genere nell’allestimento degli spettacoli prediligo la confluenza di più linguaggi e più arti, proprio perché trovo nel teatro il crogiolo dove il magma culturale può originare nuove leghe, nuovi e preziosi metalli sconosciuti… Dunque personalmente sono sempre alla ricerca di persone che vogliano mettersi in gioco per andare oltre il convenzionale. La disponibilità all’ascolto, l’entusiasmo, la volontà di apprendere e intraprendere nuovi percorsi hanno fatto di Kecco un valido compagno di viaggio.

– Una campagna elettorale la si può “giocare” puntando sulla cultura, di questi tempi?

La cultura… che vi sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa. Molti benpensanti immaginano di poter disporre, fare, trattare, discutere, manipolare, disfare impunemente qualunque cosa in nome della cultura o ammantando per culturale solo un pallido simulacro di ciò che nelle loro menti ha una vaga rassomiglianza con l’ombra distorta di un programma culturale. Oppure, sempre costoro, si autosuggestionano a tal punto da ritenere che i loro gusti personali e discutibili siano sinonimo di cultura, sino alla patetica negazione d’ogni forma ed espressione pluralistica sussumendo la carica di assessore della cultura a quella già di sindaco e assoggettando di fatto al proprio dictat ogni sorta di rassegna e spettacoli… Credo che qui come altrove la cultura – o almeno quell’ideale platonico – sia stata sfigurata da truppe di lanzichenecchi e dai loro comandanti e subalterni, e da sedicenti direttori artistici. Alla luce di questo non credo che la campagna elettorale in corso possa essere un florilegio di attività culturali che fanno a gara a quale sia la più bella. Credo invece che sia arrivato il momento di inaugurare una nuova stagione, dentro e fuori, per le piazze e per le strade, negli scantinati e nei garage, e soprattutto nel nostro tempio per eccellenza: il teatro Rossini. Se non ora, quando? Adesso.

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