ANTONELLA SPINELLI, RAFFINATA POETESSA 19ENNE-foto

“…Il suo verso scorre con un accelerare o rallentare propizio al momento, quasi avesse tra le mani abilità e mezzi d’usato mestiere…”.
Filippo Paradiso con queste ed altre parole descrive i versi di Antonella Spinelli, diciannovenne, promettente poetessa di Sammichele, ospitata a Spazio Uno Tre il 10 maggio.
In una reciprocità che rasenta il più sublime lirismo, Paradiso, che da sempre centellina le parole, scegliendo talvolta di esprimersi in spartani acrostici, non solo apre il suo cuore “… non è cosa semplice, per me, entrare in quegli ambiti così delicati e intimi che riguardano i sentimenti […], non si è mai del tutto attrezzati e “immunizzati” ad affrontare tali argomenti…”, ma si aspetta ancora tanto altro affascinante “poetare” da lei.
Reciprocità e profonda empatia in Antonella, che d’istinto intuisce i luoghi nei quali palpita l’essenza della poesia.
“…Credo nella forza delle parole e nel potere dell’ascolto; è per questo che colgo l’occasione per esprimere immensa gratitudine nei confronti di Filippo Paradiso, una di quelle persone rare come i diamanti e altrettanto preziose, che sanno guardarti dentro prima che sul volto e sanno sentire a pelle la sensibilità degli altri. Ringrazio Filippo, uomo di gran cuore prim’ancora che di sterminata cultura, per aver creduto in me e per avermi fiduciosamente donato questa occasione di esternare i miei ideali, quelli che sono cresciuti insieme a me e che ormai hanno messo radici nella mia carne e trovato sfogo nella poesia ‘Penelope aspetta ancora’…”.
Una attesa che diviene pretesto nel quale denunciare il dramma di una umanità soffocata dall’egoismo, distratta, indifferente, “teatro di specchi, di pareti parlanti/di occhi indiscreti,/di bocche silenziose,/che non amano raccontare.”
In questa umanit
à inaridita scorrono “diapositive veloci/effimere […]/dolore/sangue/odio” che trascinano la poetessa in un corale “noi”.
Immergersi in essa, indignarsi, sentire il dolore di “mille chiodi” trafiggere la pelle e straziare le certezze e scoprire che “quel dolore non nostro” apre le cateratte di una universale sofferenza, dà voce a toni di elevatissimo pathos.
“E se provassimo a straziarci il cuore/con il pugnale della compassione?” si interroga Antonella dopo aver visto “donne lacerate/deturpate/straziate […],/piccoli esseri/educati alla vita/o alla morte/sui manuali della menzogna/e del dolore […]/chiamati bambini soldato,/ossimoro che sa di morte…”
La risposta va ricercata nell’algebra della fede che rende la somma di più dolori fardello più leggero… la condivisione della croce è il segreto per alleviare e rendere sopportabile ogni sofferenza.
Nell’accettare “l’essenza profumata” della diversità, nel lasciarsi inebriare dal profumo della speranza, imprigionata nel vaso di Pandora, compare il primo rimando mitologico di cui – negli ultimi versi – è “sponda” Penelope, sinonimo di fedeltà, idealità di pace, amore “spesso compreso,/spesso tradito,/miseramente tradito” e perdono, emblema di pazienza e metafora di profondo ottimismo.
Un poema “bonsai” che attraversa la storia dell’umanità partendo dal presente per poi ritrovare nel passato le risposte cercate.
Intima ed emozionante la lettura a due voci – quella della stessa poetessa e della sua amica più cara, Irene Galatola – cui è affidata la “regia” e la coreografia dell’incontro “danzato” e interpretato da Rossella Greco.
Di color bianco la corda, metafora di fedeltà e di un legame non sempre cercato eppur indissolubile nel retaggio ancestrale del cuore, della mente e della storia di ogni donna, e la rosa, dono che le restituisce non solo la consapevolezza di sé, la certezza di poter spezzare o non spezzare, se lo vorrà, quel voto per tornare a sperare, ma anche quella sacralità, di cui è simbolo “mariano”, che le appartiene.
Nel sogno di potersi librare in quella purezza, in quell’ideale castità intellettuale, il suo riscatto, la sua libertà.
Mentre i versi si sgranano lasciando nel pubblico il senso di un’incompiuta attesa, Antonella Lozito illustra tra chiaroscuri, in bianco e nero,
due volti, l’uno complementare all’altro, Yin e Yang, subliminale ed inespresso rimando alla dualità. L’artista con la sua sensibilità, cattura la sottesa sensualità -racchiusa nella musicalità delle parole – che al pari di un delicato profumo danza tra i versi senza mai svelarsi.
Fortunato Buttiglione si improvvisa intervistatore, rapito dalla freschezza di risposte argute e mai banali che in punta di “fioretto” danno vita ad un interessantissimo confronto poetico – generazionale.
E la profondità di alcune riflessioni di Antonella desta non poco stupore anche tra i più avvezzi a schermaglie poetiche.
Fortunato le chiede perché abbia deciso di proporre, nella sua poesia, temi così complessi ed altro ancora.

“La poesia incanala emozioni forti in positivo e negativo – risponde la giovane poetessa – è un modo per raccontare sé stessi a sé stessi. Sulle ali di noi giovani ci sono pesi più grandi di noi che ci impediscono di sognare. Attraverso la poesia, la musica, l’arte alleggeriamo questo peso, scarichiamo su fogli di carta il fardello della quotidianità. Penelope ha resistito, ha avuto pazienza, un valore che oggi manca.”
Tra i valori che la giovane pone ai primi posti, oltre alla pazienza di cui si nutre la poesia, anche alterità e diversità.
“Le altre persone prescindono da noi. Si tende ad appiattire la diversità, a limare quello che c’è di bello in essa. Si tende a levigare la realtà, ad omologarsi. Diversità è conoscenza di sé, conoscere l’altro è arricchirsi, è una risorsa, non un ostacolo. La diversità attiva un processo di osmosi, dare e ricevere piuttosto che restare distinti.”
Riguardo a Penelope, icona d
i fedeltà, Antonella non ha dubbi: “La fedeltà è un ideale che non va dimenticato. C’è bisogno di persone che sappiano seguire ideali e passioni.”
Vito Di Fino scherza sull’età, poi torna sul tema dell’accettazione della diversità, focalizzando l’attenzione sulle differenze tra uomo e donna. Antonella risponde sottolineando che l’empatia consente di estirpare il male.
“Non si può volere male a sé stessi, se l’empatia lo amplifica, comprendiamo quel che stiamo facendo. Siamo arrivati ad un livello di entropia pazzesco. Se esiste questa sensibilità assoluta, questa castità intellettuale, forse la donna potrebbe insegnare a riflettere, a contare fino a dieci, ma anche gli uomini possono essere antidoto.”
Giacomo Leronni le chiede quali sono – se ci sono – inquietudini e insicurezze al momento della scrittura.
“Sì – risponde Antonella – a volte ho paura che alcune parole siano impenetrabili, di usare uno schema che l’altro non riesce a capire, a sviscerare. La scrittura è personalissima, arriva a una pacificazione interna. A 19 anni si ha bisogno di chiudere il cerchio, i tuoi pensieri potrebbero dire tutto o niente… Con l’età si accolgono sofferenze, delusioni, consapevolezza, si pensa più volte prima di chiudere il cerchio.”
Sul futuro non ha incertezze. “Se avrò l’ispirazione, momenti di crisi intesa nel senso greco (volere qualcosa che non si può avere) e pazienza, continuerò a scrivere.”
In un altro contesto il suo grazie più sincero è diretto all’amica di sempre, Irene Galatola.
“Ci siamo date tanto sin dal primo istante, nei tre anni di liceo abbiamo coltivato una stima reciproca che ci ha po
rtate ad affrontare i successi scolastici dell’una come se fossero dell’altra, a completarci in tutto, ad entusiasmarci per le nostre passioni, diverse ma così magicamente combacianti, definite da Irene “progetti sotto cenere destinati a prender fuoco”. Abbiamo gioito insieme e pianto quando la nostra vivacità intellettuale trovava chiusura, abbiamo lottato per i nostri piccoli ideali così come ora facciamo per i nostri grandi sogni, grandi perché puri.
Ringrazio Irene per avermi appoggiata in questa occasione, dando il suo prezioso e unico contributo, incastonando i suoi coraggiosi ideali nei miei, facendomi assaporare la magia della condivisione di un’idea. Un grazie anche a Rossella Greco, che ci ha prestato la sua arte ed ha impreziosito la mia poesia con i suoi passi di danza, dimostrando grande espressività e profondità, a Mario Pugliese che ci ha ospitato, a tutti coloro che hanno creduto in me e che credono nei giovani, perché noi giovani non siamo solo ragazzi sfortunati nati in un periodo sbagliato e destinati ad un futuro buio: siamo uomini pieni di sogni e di voglia di credere”.
Un sentito grazie a Fabio Guliersi per il reportage fotografico.