ROSAMORA ALL’ATTACCO CON LO “SQUALO” DI CARLO STRAGAPEDE
Piazza Rossini: ore 22, l’afa soffoca nel suo caldo abbraccio gli astanti. Gennaro Durante, imprenditore colto ed avveduto che pur non esita ad indossare un grembiulino nero ed a servire ai tavoli, lancia la sua sfida. Suoi mentori ed amici d’eccezione Lino Patruno e Gianni Spinelli, toccherà a loro “aprire le danze” e sciogliere un ghiaccio sociale che resiste anche al fuoco di roventi polemiche mai sopite e ad una calda, finora insipiente estate gioiese.
Carlo Stragapede apre la rassegna “Cort – evolution – Cinema in Puglia” del Rosamora con “Finalmente un sorriso”, pochi minuti per squarciare con l’affilato rasoio della curiosità, l’omertosa indifferenza di una Bari innevata, distratta ospite di clochard e poveri emarginati che sbarcano il lunario chiedendo l’elemosina in costumi di “Babbo Natale”. E’ un bimbo, con la sua ingenua spontaneità, in fuga dalla quotidianità e pronto a rifugiarsi nell’avventuroso gioco della strada, a “regalare” un sorriso a chi ne ha smarrito anche il ricordo.
Nel cortometraggio “Squalo”, proiettato subito dopo sullo schermo e seguito anche “dalla concorrenza” posizionata sul lato destro della piazza, si rivela sin dagli inizi vincente l’idea di “avvolgere” tematiche sociali in collisione con realtà devastanti, nella sottile, “pellicolata” leggiadria della commedia, lasciando alle musiche – in parte composte dallo stesso Stragapede – il “non detto”, talvolta enfatizzando, tal altra ironizzando.
15 ore di registrazione, sotto l’attenta regia di Francesco Difilippo, un impegnativo montaggio per produrre con
Daniel e Nicola, gemelli diciassettenni, sono emblema del condizionamento sociale, vittime di una realtà tragicomica e, loro malgrado, protagonisti di una storia a tratti surreale. Separati in tenerissima età, l’uno educato da madre teutonica in Germania, l’altro, abilissimo ed imprendibile scippatore, svezzato da un padre barese in un contesto ben diverso, legati da un legame affettivo, l’unico possibile: nonna Franca.
Daniel (Daniele Valentino, ventiseienne attore italo tedesco di origini santermane) deve al suo “profilo” di squalo l’arresto e vive l’esperienza del carcere minorile senza ben capire “perché” tutto ciò avvenga. Alle esilaranti scene in questura si contrappone il commovente e suggestivo raccoglimento in preghiera in chiesa, alla luce dei lumini votivi.
Si coagula nel finale la morale della storia: i legami familiari si rafforzano nelle difficoltà, le avversità si possono sconfiggere anche con una serena accettazione delle stesse. Nella vita si è sempre protagonisti di un destino in parte preconfezionato dal contesto sociale, in parte “scelto”.
Carlo Stragapede “poeta dall’animo puro e genuino” per Gianni Spinelli, “artista spontaneo, senza retro pensieri” per Lino Patruno, ha scelto di dare “un lieto fine” alle tante tristi realtà di cui è stato spettatore, di regalare “un sorriso, una speranza” ed un ruolo “vincente” agli “attori” sociali incontrati negli anni. Ha deciso di “scrivere” storie, di sceneggiare verità “alternative”, e lo fa con disarmante entusiasmo ed infinita curiosità.
Non tutti sanno che adora i Beatles, suona benissimo la chitarra (recita la parte del chitarrista nel film “Piripicchio”) ed ha portato spettacoli di beneficienza nel carcere minorile Fornelli.

Carlo ha anche scritto testi per Checco Zalone e musicato “Ventidiscirocco”, organizzato spettacoli con l’associazione A.Ge.B.E.O. per i piccoli pazienti della clinica pediatrica del Policlinico e tanto altro ancora. A dargli man forte in queste sue “imprese sociali” Francesco Rossini (alle riprese e nelle fotografie), Rocco Vessio (il famigerato “montatore”, cui affida il compito di condensare chilometri di registrazione) e Francesca Mesto, amica e costumista al momento “ingessata”.
Sua ultima fatica il lungometraggio (un’ora e 18 minuti) da pochi mesi nei cinema: “La zitella”, film ispirato alla canzone di Beppe Junior (all’anagrafe Pietro Rigoli).
In cantiere (ma gli “scavi” sono già iniziati”) un film su Rossano Attolico, cantante barese degli anni ’70, forse suicidatosi (mai chiarite le circostanze) a New York a soli 30 anni.
“Ogni volto incontrato, ha una sua storia – afferma Carlo Stragapede – ed io la racconto ricorrendo alla fantasia, ma senza discostarmi poi tanto dalla realtà. Tendo a sdrammatizzarla per rendere più leggero l’impatto con problematiche forti. Le immagini sono un potente mezzo per arrivare dritto al cuore delle persone, che come i miei personaggi, cercano un’alternativa, un riscatto.”
Coraggioso anche l’accostamento di musiche “colte” (Beethoven) a brani popolari, una dissonanza che crea, tenendo bassi i decibel, atmosfere suggestive.