ONORINA SAVINO E OSVALDO, PROTAGONISTI ALL’UNOTRE-foto

Il salotto letterario ospitato a Spazio Unotre da Mario Pugliese, si sta rivelando una delle più interessanti occasioni culturali di incontro, confronto, ascolto e riflessione.
Lo confermano le riflessioni di Onorina Savino e Osvaldo Angelillo, colte al volo dopo la lettura di “Ethan Frome” di Edith Wharton, ultima opera suggerita dal mentore e curatore del cenacolo letterario, Giacomo Leronni.
La lettura di un libro da molti è vissuta come un momento intimo, nel quale “accoccolarsi”. Il tempo si dilata, l’attenzione si focalizza sulle parole, lo sguardo scorre, l’emozione dell’autore trasmigra nel silenzio e diventa possesso esclusivo di chi legge, sia essa amore, odio, orrore, magia, suspence. Si è “nella storia”, indissolubilmente avvinti dall’intreccio del racconto o imprigionati nel pathos di un’emozione vissuta dal
personaggio evocato delle parole.
Le lettere si compongono e scompongono, scrivono nuovi codici nelle eliche di un DNA letterario che ne caratterizza l’esteriorità e il temperamento, ne svela l’interiorità e dona “vita”.
Se il libro “cattura”, a stento si riesce a riporlo per riprendere contatto con la realtà e ancor più a malincuore si torna al quotidiano.
Il salotto nasce dall’idea di ritagliarsi un momento di condivisione nel quale “raccontarsi” e metabolizzare questi vissuti, attingendo ad ulteriori stimoli, alle riflessioni suggerite e scaturite dalla stessa lettura attraverso diverse sensibilità.
Il setaccio può essere a maglie larghe o strette, il libro può piacere o non piacere, ma la scoperta del “pensiero” che da esso nasce ha il suo fascino, seduce e invita a scavare de
ntro per cercare quella vena aurea da cui ha attinto lo scrittore.
Chi scrive sprofonda nella sua anima, graffia, scava, si ferisce, cerca spasmodicamente la luce al pari dell’oscurità, del buio. Tradurre il pensiero in parole che abbiano un senso e dicano qualcosa, è scolpire la roccia con le nude mani.
Che ci si approcci con piglio accademico ad una lettura critica o semplicemente alla lettura dell’opera suggerita da Giacomo Leronni, sottolineando un passo, leggendo alcune frasi, lodando o criticando ferocemente i contenuti, che si reinterpreti la narrazione anche stravolgendo il pensiero dell’autore poco importa: l’obiettivo è comunque raggiunto, ci si è “nutriti” di parole ed emozioni.
E questo vale anche per i semplici “uditori” – vittime del fascino della lettura “passiva” di accaniti e bulimici lettori – o per i
musicisti, spesso coinvolti loro malgrado e… sedotti dal cenacolo culturale di cui sono protagonisti, è il caso del bravo Pasquale Petrera, nelle “corde” della serata con la sua chitarra.
“L’Ethan Frome di Edith Wharton – afferma Onorina Savino – é la storia di un’aspirazione alla realizzazione di sé e della propria felicità, mutilata, ferita e negata; della dolorosa posizione dell’individuo all’interno di quella costruzione sociale, presente in ogni dove ed in ogni epoca che lo intrappola in una rete di legami e norme di condotta secondo leggi simili a quelle del determinismo biologico, finendo per plasmarne il destino”.
“Ciò che trovo interessante, nella lettura di un testo come questo, è la possibilità di confrontarsi sulle “distanze”. Tra divergenti giudizi di gusto e di valore espressi sul libro condiviso, mi è sembrato che emergesse il vero valore di una storia, definita da alcuni affascinante, da altri scontata, ovvero, quello di stimolare il dialogo tra le diverse sensibilità dei lettori presenti e al contempo di favorire un confronto con la sensibilità di un’epoca (quella appunto della Wharton) che seppur così lontana, ha ancora il potere di farci parlare di “noi” anche solo per capire cosa ci emoziona ancora e cosa no; anche solo per aiutarci a tessere la mappa delle nostre emozioni senza la quale, finiremmo “muti” e “mutilati” come l’Ethan Frome di Edith Wharton, incapaci di dar voce e azione al nostro destino”.
Osvaldo Angelillo si sofferma, a sorpresa, sugli aspetti sociali ed in particolare sul ruolo
della donna e del potere ad essa associato.
“La co-protagonista, Zenobia, moglie di Ethan Frome, non è né bella né giovane, né ricca, nemmeno in buona salute. Non è simpatica, non brilla nella conversazione, non ama né è amata dal marito. Eppure ha un enorme potere su di lui, tanto da spingerlo, pur nella castità della sua passione, al più estremo dei gesti. Ethan, follemente innamorato di Mattie tenta con lei il suicidio.
Da dove deriva questa sua autorità? Quale potere gliela conferisce? La risposta è proprio la
società maschilista in cui la donna è protetta e conservata nel suo ruolo di collante e generatrice della società stessa. se infatti, ipoteticamente, il romanzo fosse ambientato non ai primissimi decenni del ‘900 ma ai giorni
nostri, cioè in una società post femminista, la soluzione più probabile non sarebbe stata, per il protagonista, cercare di suicidarsi per sfuggire all’opprimente presenza di una donna che non ha fatto altro che umiliare la forza di uomo attraverso un lungo stillicidio di ore, di giorni, di anni, tanti anni di non-amore, non sarebbe stato il suicidio la soluzione finale, ma il femminicidio, perché non più protetta dalla tradizione che vede un crimine contro una donna come un crimine contro la Natura stessa, bensì soltanto un crimine di fronte alla Legge. Paradossalmente, una società post femminista è anche la società in cui la donna, pur godendo di tutti i diritti del mondo, è anche la società dove ella è più vulnerabile, contrariamente alle società tradizionaliste, maschiliste occidentali del passato, dove la donna e la sua funzione di collante della società sono viste come qualcosa di sacro e quindi inviolabile”.
Queste solo alcune “perle” di incontri letterari da non perdere!
Un particolare ringraziamento a Cataldo Liuzzi per la collaborazione fotografica.