SILVIO ORLANDO RIVISITA DIDEROT ED È SUCCESSO
Silvio Orlando, attore partenopeo che con Nanni Moretti, Salvatores e Pupi Avati ha recitato in film da Oscar, il 28 gennaio ha conquistato il pubblico del Rossini con la sua sapiente recitazione.
Una tenuta scenica a tal punto perfetta nei toni, nelle espressioni, nella spontaneità con cui si porge e porge cocenti critiche alla società del suo tempo, da sembrar nato cortigiano.
Ed è con disincantato sarcasmo che alimenta, in punta di battuta, la sacra indignazione del fil
osofo, interpretato da Amerigo Fontani.
Il capolavoro dell’illuminista Denis Diderot “Il nipote di Rameau” sorprende e si veste di attualità esprimendo con grottesca sincerità il disincanto di una società asservita, incapace di sollevarsi e ritrovare la dignità.
Nella voce di Orlando non vibra l’indignazione, né la disperazione di chi ha fallito e sa di non aver altre possibilità di riscatto, non vi è resa ma lucida e consapevole accettazione di una realtà che non può esser cambiata e nella quale una graffiante, surreale ironia, affiora salvifica.
E’ l’unico antidoto contro la commiserazione e quella strisciante, subdola tentazione di opporsi alla mediocrità di una servitù atavica dal cui giogo, alla nascente luce de
i lumi della ragione, ci si potrebbe liberare… se realmente lo si volesse.
Irridente, sconcertante nella sua lucida analisi dei chiaroscuri dell’animo umano, Rameau si oppone alla visione intellettuale di Diderot, si diverte nel destare scandalo per poi scarnificare ideali e speranze con l’affilata spada del sarcasmo.
Le paludate provocazioni del filosofo scivolano su Rameau, archetipo di amoralità ma anche consumato attore in grado di stupire nel suo narrare. La perdita della amata moglie ed altre tragedie personali si sgranano in un dialogo serrato, a tratti frenetico, con partecipata e raggrumata commozione che d’improvviso si stempera in consumata indifferenza.
L’improvviso cambio di registro, gli interludi musicali al clavicembalo, donano ritmo e vivacità, creano pathos ed attesa, rendono assolutamente indimenticabile Rameau.
Sulla scena passato e presente si sovrappongono, confermano che ben poco è cambiato e forse cambierà nel malcostume di una società malata di ipocrisia, chiusa al cambiamento, ai valori, alla speranza, a
lla libertà.
Luca Testa nella composta, statuaria postura, dialoga solo attraverso il clavicembalo e le sue melodie incantano. Fontani – altrettanto composto nel canone della sua interpretazione – è ottima spalla e contraltare ponendo, col suo pacato stupore, ancor più in risalto la poliedricità mimica e tonale di Silvio Orlando.
Briosa la cameriera Maria Laura Rondanini, personaggio che si aggira nella splendida scenografia di un’osteria del ‘700 con totale sicurezza, cedendo una sola volta alle lusinghe di Rameau e divenendo per sempre suo ostaggio.
Geniale il ricorso al figlio-burattin
o, allegoria di una umanità che solo in apparenza si autodetermina ed è in realtà in balia di sé stessa e di chi “tira i fili” dell’altrui vita.
Cedendo alla goliardia, ad una adulazione cangiante e insinuante, agli istinti carnali di epicurea assoluzione, Orlando – Rameau stimola più di una riflessione, ed è con queste parole che assevera l’indissolubile legame tra passato e presente: “…l’uomo di genio il quale denuncia un errore generale, o accredita una grande verità, è sempre un essere degno della nostra venerazione. Può capitare che egli sia vittima del pregiudizio e delle leggi; ma vi sono due specie di leggi, le prime di una equità e universalità assolute, le altre bizzarre, che devono la loro sanzione solo all’accecamento o alla necessità delle circostanze. Queste ultime coprono di un’ignominia solo passeggera il colpevole che le infrange; ignominia che il tempo riverserà invece sui giudici e sulle nazioni, perché vi resti in eterno. Chi è oggi disonorato: Socrate o il magistrato che gli fece bere la cicuta?”
