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RIVIVE LA “LA ROSA ROSSA” DI OSVALDO ANGELILLO-foto

la rosa rossa

la rosa rossa Ogni fine, è un nuovo inizio…”, una profezia! Due regine – Maria Stuarda (Fiorella Cardilli) e Elisabetta d’Inghilterra (Laura Colaninno) -, ed un boia, spartiacque affilato quanto la sua ascia tra nobiltà e plebe, suo malgrado confessore e depositario di segrete confidenze, al pari di un uomo di chiesa. Sono loro le tre protagoniste de “La Rosa Rossa” in scena il 23 maggio in I Love Teatro“, Festival dell’amatoriale promosso da ResExtensa, Uilt Puglia e Proloco con il patrocinio del Comune.

“La Rosa Rossa” è un atto unico scritto da Vito Osvaldo Angelillo. Nel suo componimento aleggia l’eco dei suoi pensieri, di quel cosmico pessimismo che pur non si lascia sopraffare da dolori, tragedie, dall’umana follia che li partorisce, ma irride la morte, la sfida e la sbeffeggia con sagace ironia.

Non ha paura della morte Maria Stuarda, non la teme e se proprio deve subirla, è con regale dignità che le va incontro. Apre il suo cuore all’innocente boia (Giovanna Carelli), assurto all’assurdo ruolo di confessore dotato di poteri divinatori. Conla rosa rossa lui sfoglia pagine di storia, fraseggia, ricorda, sussurra, si indigna, esprime il suo rammarico e con esso il suo ultimo desiderio: usare quel magico “telefòno” per restare connessa al mondo ed alla vita.

Emblematico il ruolo del boia, una sorta di onirico San Giovanni proiettato tra i presagi di una moderna apocalisse di cui nulla o ben poco comprende, mentre a tanto allude, e nell’allusivo narrare sdrammatizza quello che potrebbe essere il più tragico momento della vita: l’attesa della morte.

Tematiche che nelle scritture e nella drammaturgia registica, attoriale e poetica di Osvaldo, tornano spesso, un presagio esorcizzato in un eterno, mai compiuto progettare.

Piccole incrinature ricamano ragnatele sulla patinata quotidianità di una vita vissuta e vocata all’arte teatrale, ispirata, respirata, posseduta, condivisa eppur – al pari di una amante a lungo corterosa rossaggiata – ancor priva del blasone e dello stigma della sacralità, Santo Graal cui Osvaldo da sempre aspirava.

Il tema storico nella sua evocativa drammaturgia, “screziata” di geniale modernità, si rivela attuale.

Sin dalle prime battute anche Osvaldo è sulla scena… nelle movenze di Fiorella, nella dizione, nel suo argomentare, nella gestualità… è con Giovanna, nel suo ingenuo interrogarsi, nella pietà che trapela dalle sue parole di uomo/donna che dispensa morte per mestiere, non per indole o crudeltà. E’ con Laura, nel raccapriccio pungente che rende la stessa rosa rossa, acre e scortese, dolce e setosa… così come la vita, così come la morte… Così come duplice e ambigua è la sua bellezza, ferale per chi non sa coglierla, inebriante per chi l’ama.

Ed ancora il regista è nel tocco melodico che accarezza e scandisce la notte, affidato all’esecuzione di Donato Bellacicco, nella scenografia minimale: una panca drappeggiata di bianla rosa rossaco, il cespuglio ammantato dall’abbagliante macramè di brina, neve e bianchi fiori, ferito dalla vermiglia presenza di una splendida rosa, metafora di vita e rinascita “bagnate” di sangue, ed ancora il patibolo, allegoria di morte e non ritorno. 

Splendidi i costumi, dalla gorgiera di una Elisabetta algida pur nel suo furore, al pizzo nero sotto la bianca veste di Maria, truccate ad arte da Marilù Cardascia.

Una prima teatrale per DiversaMente, orfana da luglio del suo fondatore, che vede sul palco Lyuba Centrone (araldo per pochi istanti), Sofia Antonicelli, pneuma e cuore del regista, sempre presente dietro le quinte ma al centro del suo universo, unico sole a brillare tra le nubi, pronta con generosità a donare luce, calore ed energia… ieri il suo “respiro”, oggi ancora una volta “divinatrice” musa attraverso cui Osvaldo si racconta e vive, continuando a recitare e trasfigurarsi attraverso Giovanna, Laura e Fiorella in una imprevedibile, inimmaginabile metempsicosi nel teatro Rossini colmo di amici e conoscenti. Se pur è vero che “…quando si muore, si muore soli… “, il teatro è l’unico luogo in cui – in vita e in morte – si risorge nell’Arte.

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