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CHIUSURA ANSALDO EX TERMOSUD. PERCHE’? CHI L’HA VOLUTA?

termosud gioia del colle

termosud gioia del colleLa chiusura dello stabilimento gioiese dell’Ansaldo Caldaie, già Ansaldo-Termosud, a sua volta ex Termosud SpA, con il licenziamento in tronco di ben 197 dipendenti ritenuti in esubero, altro non è che il logico epilogo di una politica aziendale da anni tesa, si direbbe, al raggiungimento di quell’obbiettivo. Un progetto che viene da lontano, messo in atto fin dalla fine degli anni 90 (1999), come ben spiegato negli articoli che pubblichiamo in calce, entrambi a firma di Donato Stoppini, ex dipendente Termosud SpA di 7° livello negli anni ‘70/’80, in qualità di addetto alle analisi di gestione aziendale, che ben delineerebbe la volontà aziendale, ben coadiuvata dall’inerzia di sindacati e politica, di ridurre la capacità produttiva dello stabilimento gioiese. Un risultato ottenuto per gradi, un passo per volta, ma con ferma determinazione.

La verità di questa chiusura non è da ricercare, come si vuol far intendere, nel costo orario della mano d’opera diretta, ritenuto poco competitivo, o nella mancanza di commesse, visto e considerato che nulla si è fatto per ridurlo e che le commesse erano state acquisite (quella egiziana per esempio) la cui lavorazione sembrerebbe sia stata dirottata altrove (India e Romania), bensì, si direbbe, nella volontà dei vertici del Gruppo di vendere lo stabilimento al miglior offerente, ma senza la “palla al piede” della forza lavoro esistente da sistemare. E il Jobs Act, di recente approvazione, sicuramente potrebbe aver dato l’accelerazione finale nella conclusione della “trattativa”.

Probabilmente l’accordo preliminare di vendita è stato già sottoscritto, anche perché non c’è alcun riferimento circa la sorte che farebbero gli immensi capannoni, con relativi macchinari e mezzi presenti nello stesso stabilimento, né è stata spesa una parola sulla società Itea, che da oltre un decennio utilizza parte della stessa area per il famoso progetto sperimentale DIS.MO. (dissociatore molecolare), che da allora nulla ha aggiunto, risulterebbe, in termini di benefici economici e forza lavoro, a quanto già prodotto dallo stesso stabilimento. E in merito, solo per fare chiarezza, sarebbe interessante chiedere il perché di tale silenzio.

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Tratto dal settimanale “La Voce del Paese”, attualmente in edicola

LA TERMOSUD-ANSALDO CHIUDE

nell’indifferenza totale dell’Amministrazione

Dopo circa 60 anni di attività sembrerebbe sia giunto il “pensionamento” anticipato per lo storico stabilimento Termosud-Ansaldo. E’ notizia di questi giorni, ma già aleggiava da tempo, la drastica decisione di chiudere l’attività aziendale, e con essa la messa in mobilità di ben 197 dipendenti.

Più che di licenziamento collettivo si potrebbe ben parlare, e a pieno titolo, di macelleria sociale. E tutto ciò, nell’indifferenza dei nostri amministratori, sindaco in testa, che anziché preoccuparsi attivamente e fattivamente del futuro, non solo lavorativo, dei suoi amministrati, in questo caso specifico di decine e decine di famiglie, si “compiace” giornalmente con il suo “bollettino ai naviganti”, in cui pubblica di tutto e di più, quasi fosse un’ansa locale più che il primo cittadino.

Il 10 aprile 2015 la data ultima fissata per l’attuazione del licenziamento collettivo, “nell’ambito dei tempi indicati dalla Legge, non appena cioè sarà reso possibile dall’avvenuto espletamento delle relative procedure tecniche, e comunque entro il 10 aprile 2015 terminando per tale data le attività attualmente in corso. I provvedimenti in relazione al licenziamento collettivo saranno comunque attivati una volta che sia stata esaurita la procedura prevista per Legge”.

Un drastico provvedimento che riguarderà ancora una volta lo stabilimento produttivo gioiese in cui sono occupati “n.1 Dirigente con funzione di responsabile di stabilimento, n.46 impiegati e n.150 operai addetti alla produzione, per un totale di 197 unità lavorative.

E pensare che la situazione di crisi era in atto già da diversi anni e i continui ricorsi alla Cassa integrazione ne erano una lapalissiana testimonianza. Ma nulla si è fatto di concreto, sia da parte comunale che sindacale, a parte le solite comparsate e chiacchierate, per risolvere i problemi sollevati dalla Società, con proposte tali da essere prese in considerazione e attuate. Anzi, come sempre accade in questi casi, tutto sembrerebbe sia stato messo a tacere, un riserbo perpetrato anche nei confronti degli stessi lavoratori. Solo alcuni di loro ne sono venuti a conoscenza dopo aver ricevuto copia del comunicato e per interposte persone o tramite stampa. Eppure questi accordi così importanti e drastici non si chiudono in poche ore, dalla sera alla mattina. Sicuramente, prima di arrivare a questa conclusione ci sarà stato più di un incontro. Allora perché farlo all’ultimo momento, con un comunicato stampa neanche inviato a tutti gli organi di stampa, quando tutto era stato già deciso?

E, visto e considerato che “non è stato possibile rilevare soluzioni alternative alla cessazione dell’unità produttiva, stante l’impossibilità di operare la continuità dell’attività”, siamo sicuri che la situazione di crisi sia stata determinata dal costo orario troppo oneroso della mano d’opera, gioiese ovviamente, che ha originato, si dice, la mancata acquisizione di ulteriori commesse, e non invece il frutto di nuove strategie industriali, messe in atto dalla proprietà, da realizzare a livello di gruppo?

E in questa volontà di chiudere l’attività dello stabilimento, rientra anche quella messa in atto dall’Itea con le sue sperimentazioni, che tante speranze in un futuro incremento lavorativo aveva sollevato e suscitato sia nei lavoratori che nei sindacati, passando per l’amministrazione comunale e direzione aziendale? Verrà smantellato anche il progetto DIS.MO, oppure resterà? E nel caso restasse, tutti i capannoni, con relative attrezzature e macchinari, come e da chi saranno utilizzati?

Rimane il dubbio di una manovra finanziaria a noi attualmente sconosciuta, resta però la certezza dei licenziamenti e di un futuro più che buio in cui sono precipitati 197 ignari e incolpevoli lavoratori, rei soltanto di essersi fidati e affidati nelle mani di amministratori e sindacati si spera solo poco attenti e lungimiranti. A loro il compito di rimediare a questo disastro più che annunciato. (Editoriale a cura di Donato Stoppini)

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Tratto dal bimestrale “la Piazza” n.6 – nov. dic. 2004

TERMOSUD E PROGETTO DISMO

Nello stabilimento gioiese è in funzione un dissociatore molecolare (DISMO), ma ancora una volta, la notizia è “top secret”!

“La ristrutturazione (o è meglio dire ridimensionamento?) dell’Ansaldo Caldaie, già Termosud Ansaldo, a sua volta ex Termosud, anche se molti non lo sanno, è già avvenuta. Infatti, dopo la cessione nel 2001 del 50% delle quote azionarie al Gruppo privato Sofinter, nel 2003 c’è stata l’ulteriore e definitiva cessione del restante 50%, sempre allo stesso Gruppo che ne ha quindi rilevato la proprietà al 100%. E’ stata, quella della Termosud, una storia sicuramente breve, durata solo 40 anni circa ma densa di avvenimenti, di speranze, di progetti, ultimamente trasformatisi in incertezze, precarietà, incubi.

Doveva essere il rifugio lavorativo più ambito, dispensare lavoro e certezze per centinaia di famiglie, assicurare un futuro sicuro per centinaia di giovani in cerca di lavoro. E così è stato per circa un ventennio. Poi, senza spiegazioni apparenti, si è trasformata, nel successivo ventennio, in una “fucina” di menzogne con continue “lotte” intestine. Negli anni a seguire, è stato terreno fertile per “politicanti”, amministratori e sindacalisti “miopi” e poco lungimiranti che, con le loro azioni, le loro decisioni, ne hanno scandito la lenta ma “preordinata” agonia.

Oggi in troppi si preoccupano della sorte di 40 dipendenti in cassa integrazione dal mese di ottobre, in pochi ricordano o evidenziano che la forza lavoro si è ridotta, negli ultimi anni, di oltre 500 unità! Dai 700 e oltre dipendenti degli anni d’oro, a meno di 200 attuali. Una tendenza negativa che, a giudicare dalla politica messa in atto dalla nuova Dirigenza, certamente non si fermerà, anzi… Sicuramente proseguirà, fino al raggiungimento della forza lavoro “necessaria” e programmata per la nuova “attività”, già in atto dal 1999, chiamata: “sperimentazione”!

Pochi, infatti, sanno che dalla fine degli anni 90 nella Termosud si sono effettuati, per conto della Pirelli, sperimentazioni sulla combustione, incenerendo nell’impianto costruito ad hoc e sotto gli occhi di tutti rifiuti non meglio specificati, misti a pneumatici. Dal 2001, da quando è subentrata al 50% la Sofinter, si effettuano altre sperimentazioni tecnologicamente più avanzate per conto della ITEA, azienda che fa parte dello stesso gruppo Sofinter! Mentre dal 2003, da quando cioè la Termosud è stata rilevata per intero, è operante nello stesso stabilimento (sempre in via sperimentale?) un impianto di incenerimento di ultima generazione che, si legge nel sito ufficiale della ITEA, “sviluppa la nuova tecnologia DISMO per lo smaltimento dei rifiuti industriali e pericolosi. Il DISMO (dissociatore molecolare) consiste in un reattore chimico che realizza la completa ossidazione del rifiuto. La produzione viene realizzata negli stabilimenti di Ansaldo Caldaie di Gioia del Colle (BA)”.

Una conferma, di questa nuova attività, la si ha “navigando” nel sito della Sofinter, dove leggiamo che l’Ansaldo Caldaie, “Utilizza tecnologie proprie e si avvale di un importante centro di ricerche nel suo stabilimento di Gioia del Colle (BA)”. Una attività, quindi, che di per sé presuppone l’utilizzo di mano d’opera sempre più ridotta. Di qui la politica aziendale tesa al raggiungimento di una riduzione di produttività tradizionale, prima, con conseguente, drastica, riduzione occupazionale, poi.

Una politica che i sindacati di categoria, le RSU aziendali, le Amministrazioni comunali non hanno notato o, come molti ex dipendenti sostengono, hanno in qualche modo assecondato e avallato? L’Ansaldo Caldaie ha chiesto le previste autorizzazioni per le attività di sperimentazione? (Negli impianti DISMO vengono trattati rifiuti tossici e industriali non trattabili in impianti tradizionali e perciò classificati pericolosi come: ceneri pesanti da inceneritore, plastiche e imballaggi in plastica, carta e pellicole fotografiche, mix di pitture e vernici, oli con PCB, fondi di lavorazione di raffineria, pesticidi, rifiuti ospedalieri, farmaceutici, morchie di verniciatura, farine animali, stracci contaminati, adesivi e sigillanti, medicine scadute, rifiuti agrochimici, rifiuti e solventi alogenati, gomme sintetiche e fibre artificiali, mix di diversi rifiuti).

Le stesse sperimentazioni si sono concluse nei termini stabiliti, entro sei mesi dal rilascio dell’autorizzazione, ai sensi del DLgs n. 22/87? Le attività di sperimentazione sono state accuratamente monitorate in tutte le fasi, al fine di valutare anche l’efficacia ambientale del processo d’incenerimento? Prendendo ad esempio l’esperienza del comune di Coriano, gli esiti di tale monitoraggio sono stati comunicati alla Regione Puglia, alla Provincia di Bari, al Comune di Gioia del Colle ed all’ARPA?

Perché tanto riserbo su queste sperimentazioni? Perché le nostre richieste di chiarimenti in merito sono state sempre eluse, sia da parte della Direzione aziendale che dai nostri amministratori comunali? Perché, la zona dove si effettuano le sperimentazioni è “top secret” per tutti, anche per i dipendenti non direttamente interessati? E’ arrivato o no il momento, per il bene di tutti, di fare definitivamente chiarezza su quanto sta accadendo nella ex Termosud?” (Donato Stoppini)

 

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