PINO ROMANO… UN’ALTRA “VOCE” GIOIESE CHE SI SPEGNE
Sotto il sole cocente o nelle fredde domeniche invernali in via Roma, durante il mercatino dell’antiquariato a sbirciare tra cartoline, santini e libri, c’è lui, Pino Romano, il professore di francese cultore di tradizioni e di gioiesità.
Magro, alto, dinoccolato, sguardo attento e curioso, con gli occhi socchiusi per difendersi dal fumo della sigaretta. In quello sguardo che nasconde l’agguato di un sorriso pronto ad accendersi sul volto, un’immensa umanità.
E’ un piacere scambiare due “chiacchiere” mai banali, si parla di tutto e sempre “in profondità”. La cultura e le tradizioni, il teatro, la musica, il mondo dell’associazionismo di cui sogna una vera consulta che si riunisca per costruire un progetto culturale serio e condiviso, la lingua francese sono i suoi “amori”, su politica e società ha le idee chiare e poche illusioni, critico ma con quel glamour che lo porta a tenere sempre la giusta distanza dalle cose, senza mai “parlar male” anche di chi lo ha ferito.
Il 15 agosto è all’hotel Svevo, a fine concerto chiacchiera amabilmente con i suoi amici dissertando su un termine “U’ revetàle”, il rovo che con le sue spine trattiene chi attraversa i sentieri nel bosco, parola usata per indicare chi si intrattiene in conversazioni
occasionali con persone di passaggio, bloccandole, riferimento non casuale a Tommaso Lillo espresso da sua moglie Angela, dopo averlo perso di vista…
Pino ama lo sport in particolare il calcio (da giovane è stato calciatore dilettante), collabora con diverse realtà associative, è importante la sua esperienza con la Pro Loco, associazione che lo vede membro attivo e propositivo negli anni passati, quando contribuì alla nascita del gruppo folcloristico dei “Lariulà” che da “purista” avrebbe voluto saldamente legato al territorio e a cui fornì testi, ricerche e consulenza sin dal primo esordio sul sagrato della Chiesa Madre con Ninnì Flavio, Teresa Benincasa, Adele Tramacere ed Elide Valletta nel coro e Pino Tramacere alla chitarra.
Esperienza culminata con la pub
blicazione della sua opera più importante “I paròle de tatarànne”, una “gestazione” editoriale durata due anni, concepita in una calda estate, tenuta a battesimo in una gelida serata invernale, il 14 dicembre del 2007 e pubblicata in “pillole” su http://www.gioiadelcolle.info.
Negli ultimi anni attivissimo membro e docente dell’Università della Terza Età, porta avanti le sue passioni tra cui quella teatrale, da protagonista e non solo da consulente dialettale. Indimenticabile la sua esibizione in frac in Tanzcafè Mauthausen al Rossini per la Giornata della Memoria nel 2014.
Dopo aver affrontato due seri problemi di salute, il 16 agosto, mentre si prepara per assistere alla processione di San Rocco, viene colpito da un ictus e portato in ospedale. Nella mattinata di oggi, 22 agosto, la vita lo abbandona lasciando nello sconforto i suoi cari tra cui l’amatissima Rosa, il piccolo Simone e i suoi figli Gianfranco e Dario. Gioia perde un altro dei suoi figli
migliori che tanto avremmo voluto potesse ancora dare lustro alla sua città con la sua mente acuta e l’amore per il vernacolo e le tradizioni gioiesi.
Domani, 23 agosto, l’ultimo saluto alle ore 12, nella Chiesa Madre..
Lo ricordiamo leggendo quanto scrive per presentare il suo libro “I paròle de tatarànne”, quello che per sempre sarà associato al suo ricordo, costruito con centinaia di “pizzini”, tessere di un dinamico mosaico di identità culturale – 2800 vocaboli, 800 modi di dire, 22 giochi di strada, diversi canti popolari. In allegato all’opera un dvd da cui potremo ancora ascoltare la sua voce mentre scorrono foto d’epoca e canti antichi.
Ciao, Pino!
Monopoli.
Estate duemilauno.
Seduto su uno scoglio.
Nella lunga attesa del rientro.
Non amo molto il mare, in esta
te.
Sotto l’ombrellone, cerco di non far sopire il mio cervello.
Comincio a viaggiare con la mente indietro nel tempo.
Nel ricordo si materializzano scene familiari e la vita brulicante dei vicoli negli anni ’50.
Tutto in bianco e nero.
Riaffiorano echi di sonorità verbali.
Una dopo l’altra prendono forma.
Diventano parole.
Rigorosamente in dialetto.
Talvolta accompagnate da melodia.
Molte non le sento più da tempo.
Sono la colonna sonora del primo quarto della mia vita.
Faccio fatica a ricostruirle nella forma e nel significato.
Comincio a giocare con i ricordi.
Mi lascio prendere dal gioco, sempre più intrigante.
Prendo una penna, un taccuino. Comincio a fissare le espressioni più colorite.
Durante il viaggio di ritorno a casa, un pensiero quasi non mi abbandona.
Molte parole dialettali sono cadute nell’oblio.
I giovani, ma anche i meno giovani, stentano a capire il dialetto “stretto”. Ancor meno riescono a usarlo in maniera accettabile.
Al massimo “dialettizzano” i fonemi delle parole italiane.
Mi convinco che bisogna fare qualcosa, prima che il patrimonio linguistico dialettale venga definitivamente “imbastardito dalla cultura”, magari anglo-televisiva.
Decido di cominciare ad annotare sistematicamente le parole che di tanto in tanto ascolto o recupero alla memoria.
Quelle più desuete, in modo particolare.
L’ intento è di dar vita a un piccolo glossario.
Scivolano mesi; uno dopo l’altro …
Monopoli. Estate 2006. In riva al mare. Nella sempre lunga attesa del rientro.
Sotto l’ombrellone … mi sorprendo a pensare che una lingua è un magma fluido e sinuoso che fuoriesce ininterrottamente dal vulcano sempre attivo della nostra mente.
E’ una grande opera di creatività collettiva destinata a rimanere eternamente “incompiuta”.
Non posso pensare di imprigionarla su pochi fogli o su un qualunque moderno supporto.
Decido che è tempo di dare forma definitiva a quanto annotato finora.
Prende corpo a poco a poco un repertorio che, pur ricco, mi dà sempre la sensazione di incompletezza.
In fine è solo l’inizio di un viaggio.
Un lungo, affascinante, interminabile viaggio.


