MORTE DI GIORGIO ALBERTAZZI. IL RICORDO DI LUCIO ROMANO
“In occasione della morte di Giorgio Albertazzi, un mio personale ricordo del grande attore in occasione della sua visita e della Lettura di Dante presso il castello di Gioia alcuni anni fa”.
Lucio Romano
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“L’ho conosciuto Re Giorgio: un pomeriggio d’inizio d’estate fui chiamato dal Comune a pensare evento ed accoglienza per il grande attore che onorava Gioia ed il suo Castello.
Una “lectura dantis”, come non mai: lui era lì su uno dei trespoli tondi, neri e bordo’ presi in gran fretta dal teatro Rossini e messo al centro, proprio sotto la torre più alta di Federico la dove meglio poteva vedersi (e sentirsi) nell’aspetto suo più poetico ed ispirato.
V’era Piccarda con lui, e Brunetto con Virgilio che confondevano canti e gironi con rime ed accenti che solo lui poteva, ispirato com’era non solo dal sommo Poeta, ma anche dalla luce che la sera e la luna offrivano ai suoi occhi accigliati, montati da sopracciglia bianche ed altere che sapevano di tempo (tanto) trascorso a confondere personaggi e persone immaginandole nostre.
Era stanco quella sera, ed a stento trascinava la sua grande memoria dal sapore di ossa: il bastone, la lunga sciarpa di seta bordeaux come vezzo bizzarro a proteggere i suoi deboli lustri dal sapore di poesia.
Al termine applausi e grida per il vecchio teatrante cui offrii il mio braccio lungo il tratto che andava dal Castello al Comune per il bouffet di commiato finale come omaggio del paese all’ospite istrione spossato dagli anni.
Parlammo lungo la via: chiedendomi di dargli del tu, volle sapere chi fossi e se mai amassi la poesia ed il suo beneamato teatro il quale, novantenne con lui, continuava a vivergli dentro nella sua parte migliore.
Giunti nel chiostro fui costretto a lasciarlo: gli abbracci del pubblico e le foto di curiosi e di fan cola’ convenuti per l’occasione, lo prendevano con forza, sottraendog sguardi ad un tempo tiranno che gli remava controcorrente.
Non capivo se fossero feste per lui e veri sorrisi, ovvero imprudenze per scorgergli dentro rughe vigliacche o cedimenti di passi per poi commentarli e riferire di esse negli stanchi e noiosi pomeriggi di paese; un fatto è certo: mi cercò nella folla e chiese di me: fu così che, salutandomi da ultimo, mi propose di essergi amico. Per sempre”.
