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Olimpia Riccio… un’altra stella vola in cielo nelle costellazioni della Poesia

olimpia riccio

olimpia riccio Quando un poeta vola in cielo, una stella si accende. Olimpia Riccio – poetessa e scrittrice, mente brillante ed arguta, per anni autrice di luminose riflessioni “Ad alta voce” sul bimestrale “la Piazza”, amatissima insegnante di educazione fisica e sostegno, amica sincera con tanti interessi…- di stelle ne ha accese tante nello sguardo dei suoi bambini e di chi la amava.

Incontrarla e parlarle, lasciarsi contagiare dalla sua allegria, dalla sua voglia di vivere, amare, cantare, riportava il sole anche nelle giornate più uggiose, vicino alla cassa di un supermercato, al telefono o davanti ad un caffè. Donna, insegnante, moglie ed amica ricercata ed amata, da tempo in lotta con quel male che solo distruggendo si distrugge, non è più tra noi. Oggi, lunedì, 2 ottobre alle 15.45 nella Chiesa di San Francesco riceverà l’ultimo saluto.

Queste le parole con cui si presenta nella pubblicazione del suo libro “Chissà se ieri pioverà”, “… un libro per andare al di là delle ipocrisie che talvolta complicano la vita di noi, gente ritenuta normale”.

Sono straniera alla normalità. Spesso vuol dire mancanza di attenzione, pregiudizio, competizione ad oltranza, bugie, volgarità, superficialità. E che significa integrazione: recuperare i “diversamente abili” – o divabili – per integrare la parte matta di noi, quella misteriosa, altrimenti rifiutata ed espulsa dalla nostra cultura? Chi siamo per integrare altri, noi già tantoolimpia riccio disintegrati? Libero prende a calci la madre sotto i miei occhi perché non vuole entrare in classe. Sento un leggero malessere. Penso fugacemente ai ragazzi sani che ho lasciato in palestra, alla scelta del sostegno, al contatto difficile ma intenso con la diversità. Eppure sono attratta dall’affetto senza ambiguità degli eterni puliti bambini che sono i portatori di handicap. Ricordo Antonella, Giuseppe, miei alunni del passato ormai adulti, affetti dalla sordità, dall’epilessia con i quali comunicavo prima di tutto a pelle, a sensazioni, con il tocco delle mani, con gli occhi teneri che un po’ ridevano. All’inizio c’erano stati contrasti, mi avevano messa alla prova, poi ero diventata una di loro: mi scrivevano messaggi d’amore con i cuoricini rossi e i fiori colorati, al di là delle ipocrisie, che talvolta complicano la vita di tutti noi, gente “normale”.

Al professor Michele Girardi, che le è stato accanto con coraggio in questo triste viaggio, il cordoglio di tutta la redazione.

Riproponiamo quanto scritto su Olimpia Riccio nel 2007 e pubblicato sul bimestrale “la Piazza”.

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“Si investono “fiumi di enolimpia riccioergia” per rappresentarsi agli altri, per raccontarsi che si è normali, ma cos’è la normalità? “Spesso… mancanza di attenzione, pregiudizio, competizione… bugie, volgarità, superficialità…” praticamente la mancanza di tutto ciò che in un disabile assume la connotazione di “deficit”. Un’analisi vera, audacemente spietata, racchiusa in un quaderno – diario in cui Olimpia Riccio nel ruolo di insegnante di sostegno ed investigatrice “emotiva“, scandaglia ed interpreta le emozioni di chi ha scelto di declinare quel diverso dolore da cui i più rifuggono. Olimpia contagia con il suo entusiasmo l’ecosistema didattico in cui Libero vive, attraversa il guado, insegna a “costruire”, lottando con unghie e denti contro quel minuscolo gene che impone, esige distruzione…

Disturbo Oppositivo Provocatorio” recita una vecchia diagnosi che “regala” ad un adolescente “disabile” o “divabile”, come direbbe l’autrice, appena quattro ore di sostegno. Lei non esita, si immerge nella “divabilità”, ne adotta stile e semantica, conquista il rispetto donando carezze. Pagine che “formano” e spiegano questo mondo ben più di corsi e specializzazioni, un mondo sfiorato da bambina attraverso “lo sfarfallio delle mani sudaticce e palpitanti” di Magliola. Anche in quell’occasione l’autrice, in un girotondo che nasce spezzato, incatena due universi, “due facce della stessa medagliaspesa in nome di un’utopica integrazione talvolta ad opera di chi, “disintegrato” nello spirito, lascia che un bimbo, puro “recettore di emozioni” creativo e disperato, si accartocci in un angolo, “matto – saggio yogi“, pronto ad evadere in un altro universo. Laggiù, nel paesaggio lunare dell’autismo, l’overdose di parolimpia riccioticolari non si trasforma in uno tsunami emotivo, alienante e pericoloso da cui difendersi e rigettare. Libero, sorriso asimmetrico, incisivi “sparati” e colonna vertebrale poco in asse, due splendidi occhi azzurri, limpidi come un cielo sereno o scuri di tempesta, sa connettersi con il mondo, anche se meno piacevole della Melevisione, “sceglie, seleziona, assembla” chi gli è accanto e compone il suo mandala di emozioni, pronto a distruggerlo per poi ricostruirlo con nuove tessere. Non sbaglia, nel caos sa riordinare i sentimenti di amicizia ed affetto, di paura e disagio, sa “rispondere” e talvolta “controllare” e domare quella furia che gli ruggisce dentro, di cui è vittima e carnefice. Disegna, incolla, strappa e accarezza le sue carte napoletane, primordiale legame affettivo,  talismano per esprimere felicità e disagio, simpatia ed odio. Olimpia, “donna di coppe“, ricettacolo di benessere e coppiere di serenità, decodifica i suoi messaggi,  esplora il suo universo, viaggia con lui.

Con l’aiuto di “Città Nuova“, di Sebastiano Lagosante, suo presidente, Giustina Lozito, Augusto Angelillo, Anna Maria D’Ettorre, Isa Addabbo e Sergio D’Onghia, interpreti d’eccezione, con la tenerissima Anna Nicefaro, nell’impegnativo ruolo di Libero, in una sala De Deo gremita, cantando in napoletano di angeli ed amore, Olimpia presenta il suo “Chissà se ieri pioverà” edito “Gelsorosso“.

Lumini accesi di speranza costellano il tavolo, un video proietta le foto di Libero, una tempesta di geometrie e particolari ben rendono l’idea di quella pioggia di meteoriti che imperversa, lapida e lacera non solo i polsini delle sue felpe mordicchiate nell’incertezza del futuro, ma anche il suo spirito, la sua intelligenza, rendendo instabile il suo relazionarsi al mondo.

Libero di “affrancarsi da ogni schema imposto” eppur prigioniero di una minuscola “Y”, immeritato ergastolo ed emblema di una diversità inascoltata, così difficile da accettare… se non si sa aprire il cuore e la mente ad un ascolto appassionato ed  “innamorato” che non potrà mai connotarsi quale “lavoro”.

Dalila Bellacicco

Di seguito un audio/video di una canzone scritta nel 1995, dedicata alla sua prima alunna sordomuta, Antonella Annunziata. Testo e voce di Olimpia Riccio, musica di Mario Rosini.

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