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“LE DUE VERGINI” DI GIOVANNI GENTILE AL CANUDO

le due vergini di giovanni gentile

giovanni gentile Il 15 novembre ha avuto inizio, presso l’auditorium del Liceo Scientifico “Ricciotto Canudo”, il progetto “Le Indesiderabili, proposto dai docenti di Dipartimento Storia e Filosofia dell’istituto e dalla referente alla Legalità, avv. Angela Leo.

La tematica affrontata è stata quella del rapporto tra uomo e donna, che spesso sfocia nella violenza e nell’aggressività non solo fisica, ma anche verbale e psicologica. Lo spettacolo ha preso l’avvio dietro l’attenta regia di Giovanni Gentile e si è sviluppato attraverso l’interpretazione di due giovani attori: William Volpicella e Barbara Grilli della compagnia teatrale Collettivo Prisma di Bari.

Un avvocato in carriera incontra nel parlatorio di un carcere un’ex attrice carcerata ormai da quattro anni poiché accusata di aver ucciso suo marito. La comunità studentesca degli studenti (del triennio Classico, Scientifico e ITT), è stata per circa un’ora avvinta dal serrato dialogo avvenuto tra l’avvocato che rivolgeva domande all’accusata per poter essere informato dei fatti successi realmente, e la donna che a stento rispondeva, intenta a sua volta a scavare nella vita del suo difensore in merito a un suo vecchio caso giudiziario. In quell’occasione l’avvocato aveva fatto prosciogliere una donna che aveva ucciso suo figlio a martellate in testa e aveva fatto accusare ingiustamente un innocente che per un così grave torto si era ucciso impiccandosi. I ruoli, le storie, le vite e i dolle due vergini di giovanni gentileori si intrecciano, si complicano, a tratti si chiariscono ma nulla è così comprensibile come sembra.

Questa drammaturgia si basa sull’inversione di ruoli e il passaggio dalla verità di un uomo alla verità di una donna. L’imputata racconta la storia tra lei e il suo defunto marito: la giovane donna aveva 16 anni e lui 45 quando si incontrarono; lei gli aveva donato tutta sé stessa e lui le aveva garantito una vita stabile. Loro si amavano, ma con il trascorrere del tempo il marito era divenuto preda del “demone dell’aggressività” e di una morbosa gelosia, che lo portava a compiere atti di violenza fisica e verbale e che una volta, aveva persino la perdita del bambino di cui la donna era incinta. Tutto questo era avvenuto nella silenziosa accettazione e rassegnazione da parte della donna che non aveva mai pensato di denunciare il marito per le sue violenze. “Può una donna distruggere la carriera dell’uomo che ama?”.

Un giorno, stanca di questi continui abusi, durante una violenta colluttazione, lei lo uccise piantandogli un pezzo di vetro nel collo.

Dopo una serie di interventi l’avvocato, titubante le due verginidi questa versione dei fatti poco attendibile a causa di prove contrastanti, presenta al pubblico la sua ipotesi che in effetti coincideva con la realtà dei fatti. Suspense, curiosità e tanti dubbi sull’autentica versione dei fatti.

Spesso a casa dei due coniugi andava e si fermava per cena e a dormire la sorellina sedicenne della donna. A causa di questo l’uomo aveva cambiato le sue abitudini, rientrando prima a casa per poter stare con la ragazzina verso la quale nutriva una perversa attrazione che sfociava in regali insoliti e gesti inopportuni. Una sera, per liberarsi di tutte quelle carezze proibite, la ragazzina chiese aiuto alla sorella dormiente che, sotto effetto di farmaci, non la udì. Allora la sedicenne prese un pezzo di vetro e lo uccise. La donna, una volta cosciente, per tutelare la sorella, se ne addossò la colpa, finendo in carcere. Quante scelte giuste sbagliate, le motivazioni reali e quelle costruite in un interrogatorio, l’enfasi che i giornali restituiscono al caso e la vita delle donne, due sorelle, legate da un legame indissolubile.

I ruoli di carnefice e vittima sembrano essere ribaltati, ma rimane la violenza, gli abusi, le umiliazioni e l’annullamento della dignità di una donna, anzi di due donne, due vergini che nemmeno l’avvocato ha più il coraggio di condannare.

Questa è la storia del silenzio, nata dal silenzio e finita nel silenzio. Una storia affascinante, coinvolgente e allo stesso tempo raccapricciante, commovente che racchiude una varietà di tematiche: non solo la violenza di genere, ma anche la legittima difesa, il ruolo che deve svolgere un avvocato dinnanzi alla colpevolezza del suo cliente. Una storia che ha lasciato tutti con il fiato sospeso, una storia che forse ha fatto sentire qualcuno di noi non più solo, non più l’unico. Una storia che invita alle denunce, che invita non subire più perché la violenza non è amore. La violenza è odio, è malattia. Bisogna denunciare la violenza; non solo di genere ma in genere. Questa storia invita chi vede qualcuno subire violenze a non far finta di niente, a non mettere quel cuscino sulla testa per non sentire altro che il proprio dolore. Bisogna combattere la violenza con la voce e dire “basta” a soffrire, a nascondersi, a stare zitti.

Martina Mastrovito VC

 

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