CON LINO ANGIULI IL DIALETTO DIVENTA LINGUA PRIMARIA
‘Voci del tempo, la Puglia dei poeti dialettali’ è la raccolta poetica edita Gelso Rosso 2011, a cura di Sergio D’Amaro, presentata giovedì 29 settembre, presso Spazio UnoTre, luogo gentilmente messo a disposizione da Mario Pugliese.
Al centro dell’incontro c’è la musicalità del dialetto, lingua scelta per esprimersi dalle sei voci dell’antologia che rappresentano le varie zone pugliesi. Si va dalla Capitanata con Granatiero, si attraversa il nord barese con Grazia Stella Elia e la Terra di Bari con Lino Angiuli – presente all’incontro –, e si arriva alla zona di Brindisi con Pietro Gatti e Taranto con Claudio De Cuia, fino a giungere nel caldo Salento con Nicola De Donno.
Particolare è il cd audio che accompagna l’antologia e che dona al lettore-uditore la recitazione da parte degli stessi autori dei testi poetici. Ritroviamo anche la voce di Pietro Gatti, scomparso, grazie ad una registrazione avvenuta tempo addietro, e Nicola De Donno, interpretato da un bravissimo attore leccese.
“L’elemento fonico è, infatti, fondamentale – secondo Francesco Lattarulo, redattore di ‘Incroci’ e giornalista del settore culturale del ‘Corriere del Mezzogiorno’ – soprattutto quando si ha a che fare con una lingua che potrebbe non essere decodificata da tutti […]”. Il giornalista, durante la sua presentazione, pone l’attenzione su De Donno, e sul suo non riuscire a scrivere in nessun’altra lingua, se non in dialetto.
La scelta, dunque, diventa necessità, bisogno profondo del poeta, e ne rappresenta il corpo, perché “il dialetto è una lingua primaria, corporea, metrica per eccellenza”, come afferma Lino Angiuli. “È il corpo che ha bisogno di parlare e l’oralità deve parlare da addome ad addome […] Sono i suoni antropologici, millenari che toccano il nostro cuore”.
Presente l’elemento della spontaneità, l’incapacità di esprimere un concetto, un’idea, un sentimento se non con la lingua della Terra d’apparteneza. De Donno, poeta presente in antologia, vive il problema della lingua in maniera conflittuale: “sente il dialetto come
un destino ingombrante, e l’idea del destino è correlata all’appartenenza di un luogo”, così si esprime Francesco Lattarulo.
Allo stesso modo bellissimo è il modo in cui Pietro Gatti esprime il rapporto dialettico di odio ed amore per Ceglie Messanico, descritto come un ambiente soffocante, ma pur sempre suo. A tal proposito alla domanda di Francesco Lattarulo sul perché della scelta della permanenza, nonostante la posizione dell’intellettuale del sud non sia ottimale, Lino Angiuli risponde che crede “sia molto importante, quando si scrive, avere un rapporto intimo con il
luogo che scegliamo”.
Il poeta conduce, con grande maestria, i presenti nell’ascolto delle poesie, e sin da subito sostiene: “La poesia ha la possibilità di sfidare la morte, di rendere la morte un incidente di percorso, e la scrittura in dialetto è una variante del culto della morte […]”. Incontriamo, in effetti, la tematica della morte e si va dalla leggerezza di Nicola Lemmo ai morti parlanti dello stesso Lino Angiuli, fino ad arrivare a quel rapporto intimo, familiare che troviamo in Pietro Gatti.
Ad accompagnare il tutto l’arte di modellare l’argilla data dal bravissimo Gianni Ippolito. Il prossimo incontro con i giovedì letterari – organizzati da Fortunato Buttiglione, Giorgio Gasparre, Giacomo Leronni, Filippo Paradiso – è fissato a giovedì 13 ottobre.
Grazie di cuore a Fabio Guliersi per aver messo a disposizione della nostra redazione i suoi scatti, capaci di cogliere i momenti più salienti della serata.