MONI OVADIA, TRAVOLGE CON UNO “TSUNAMI DI NOTE”-foto/video

Una sorta di viaggio. Un viaggio che parte dal destino comune di tutte quelle genti che hanno vissuto senza territorio. Senza confine. ‘Senza confine’ è, infatti, il titolo dello spettacolo dell’eccelso Moni Ovadia, andato in scena al Rossini, durante la serata di martedì 29 gennaio. Si parla di quei popoli che non conoscono frontiere: gli ebrei, i rom, i sinti. Quelli che chiamiamo zingari, ma che non contemplano nel loro vocabolario il termine stesso, perché discriminatorio.
Popoli dalla straordinaria consistenza storica e culturale, ma che non sentono il bisogno di barriere, campi spinati o eserciti. Eppure popoli. Popoli che per aver osato tanto sono stato gravati da pregiudizi spaventosi. Ma poi è successo qualcosa. Maidaneck – il primo campo di concentramento tedesco trovato dalle truppe alleate in Germania – è inespiabile.
Uno spartiacque della storia umana: quello che gli ebrei chiamano shoah che vuol dire disastro, e quello che gli zingari chiamano logoramento.
Il viaggio inizia con un brano tratto dal saggio ‘Ebrei erranti’ del 1927 dell’ebreo austriaco Joseph Roth. Un brano di una grande modernità se si sostituisce il termine ‘ebrei orientali’ con ‘zingari’. L’autore nutre la folle speranza che ci siano lettori che abbiano rispetto del dolore. Che credano che l’oriente, il distante, il diverso sia da difendere, perché elemento aggiunto e portatore di crescita per la stessa civiltà occidentale. Perché, mentre gli ebrei sono entrati nel salotto buono della civiltà occidentale, i rom, i sinti … gli zingari no.
Parla d’ipocrisia il bulgaro Moni Ovadia, soprattutto quando durante la giornata della memoria, qualche politico afferma: “Io sono israeliano”. Non dicono, però, ‘mi sento zingaro’, eppure ne sterminarono 500.000. O ancora nessuno direbbe mai ‘mi sento omosessuale’.
“E chi siamo noi uomini, noi dell’Occidente, noi che ci alziamo alle due di notte per acquistare l’ultimo modello dell’Iphone, che potremmo anche comprare tra una quindicina di giorni. Coglioni! Chi siamo per poter sterminare un’intera popolazione pensando così di eliminarla nella Storia”, in questi termini si esprime l’attore e drammaturgo in un momento della pièce teatrale. E aggiunge: “Ma non è possibile, perché i rom hanno così tanta vita dentro che nessun uomo può uccidere”. Si chiede, citando la canzone di musica leggera di Nicola di Bari, cosa sia questo cuore zingaro.
È un cuore che si lascia libero da lacci, è un cuore che si porta verso la vita … che si porta a celebrare la vita. I rom si sono espressi in qualsiasi ambito culturale: “sono gli unici che riescono ad esprimere totalmente la loro musica”, così sostiene l’attore. E dimostrazione tangibile sono gli splendidi artisti – quattro rom e due italiani – che accompagnano l’attore di origine bulgara, nato da famiglia ebraica.
“Allacciate le cinture di sicurezza, perché verrete travolti da uno tsunami di note”, così afferma Moni Ovadia in un momento del dramma. Uno straordinario livello di esecuzione e di virtuosismo, che non fanno altro che sottolineare l’ottusità del pregiudizio di chi crede di essere titolato a giudicare gli altri. La musica rom ha colpito il cuore dei più grandi musicisti: dalla musica classica a quella leggera.
Negli Stati Uniti svolgono qualsiasi funzione, anche le più autorevoli. Nello sport ci sono rom eccellenti, e cita Ibrahimovic, che non è uno svedese, ma un rom serbo.
Un grande recital di canti, musiche, storie rom, sinti ed ebraiche che rappresenta un appassionato contributo alla battaglia contro il razzismo. Grida, Moni Ovadia, il suo antirazzismo e antifascismo, perché Mussolini non fu un grande statista con la sola colpa della promulgazioni delle leggi razziali. E c’è chi ha ancora il coraggio infame di sostenerlo.
Le leggi razziali furono quanto di più disumano la coscienza umana ha dovuto subire. Un’esperienza devastante che si può tradurre con le parole di Umberto Saba, uno dei più grandi poeti del Novecento, che conobbe il dramma delle persecuzioni. “RIMA OBBLIGATA Dieci anni ancora di fascismo, nazismo e razzismo e si regrediva tutti (vero alla lettera) al cannibalismo”.
Scatti fotografici, tra cui quelli del suggestivo incontro tenutosi nel pomeriggio con gli studenti in teatro, a cura di Mario Di Giuseppe che ringraziamo per la sua collaborazione.
Per la visione del video: http://www.teatrailer.it/spettacoli/senza-confini-ebrei-e-zingari