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TRADIZIONI GIOIESI TRA FEDE, FOLKLORE E SUPERSTIZIONE

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faro-e-tradizioni5Venerdì 17 maggio, nell’austera Aula Magna del Liceo classico Publio Virgilio Marone, si è tenuto il primo di una serie d’incontri promossi dal Laboratorio d’idee “Il Faro”, volti  a tutelare e far conoscere in special modo ai giovani le “Tradizioni gioiesi tra fede, folklore e superstizione”.

Era presente un pubblico molto numeroso e scelto. Scarsa, invece, la presenza giovanile. Ha dato inizio alla serata il presidente del laboratorio, Vincenzo Lamanna. Dopo il saluto al sindaco della città, Sergio Povia, i ringraziamenti al dirigente della scuola ospitante, professor Rocco Fazio, ed ai presenti per la partecipazione, Lamanna ha presentato brevemente il programma del centro affermando che lo scopo precipuo delle iniziative in cantiere sarà quello far conoscere ed apprezzare personalità e talenti gioiesi, valori dei quali andare giustamente orgogliosi.

E’ seguito il saluto del sindaco, Sergio Povia, il quale si è congratulato per l’iniziativa, definendola “un faro acceso” sulle migliori teste di Gioia. Si è dispiaciuto di non essere stato presente alle precedenti iniziative, promettendo di promuovere e favorire, da parte dell’Amministrazione Comunale, una pubblicazione sui lavori precedenti del Laboratorio.

La signora Annamaria De Felice ha poi introdotto il relatore della serataprofessor Antonio Vasco -, attraverso una breve scheda sulla sua persona. Il professore, laureato in filosofia, oltre al suo impegno politico, ha sempre dimostrato un vivo interesse ed una attenta partecipazione alle usanze e alle tradizioni della nostra città. Ha preso, quindi, la parola il professor Vasco, ringraziando i numerosi convenuti ed “Il Faro” per avergli consentito attraverso questo incontro di rievocare e condividere conoscenze e ricordi a lui molto cari.  

Se scriverò mai un libro… e lo scriverò – afferma Vasco -, lo intitolerò “Vico Gelso” perché da lì è partita la mia vita. Un piccolo  spazio … per me scuola di vita”. 

Dal Vico Gelso comincia la sua scoperta del territorio. I racconti degli anziani, i giochi dei bambini, le prime esperienze, tra le quali la più tenera ed emozionante .. l’aver mangiato il pane dei mendicanti. Pane elemosinato da persone povere del suo Vico e condiviso da essi con tutto il vicinato. Questo accadeva quando la condivisione era stile di vita, unico mezzo di sopravvivenza in tempi molto più difficili dei nostri.

faro-e-tradizioniAl professore brillano gli occhi – nel rievocare questi ricordi – ma non per tristezza… brillano di nostalgia.  Nostalgia di tempi in cui tutto era più semplice, più genuino, più umano! E da qui parte la sua ricostruzione delle usanze e delle tradizioni di un tempo. 

Il racconto delle tradizioni gioiesi inizia dalle usanze di Primavera, prima stagione dell’anno secondo i Romani. Infatti, per loro l’anno iniziava con il risveglio della natura.

La Chiesa Cattolica, riprendendo e tramandando le tradizioni pagane, le ha modificate secondo i propri bisogni, facendole diventare, nel tempo, altra cosa rispetto al loro significato primitivo. E così i falò di primavera, dedicati alla Madonna Annunziata o a San Giuseppe, erano in epoche più remote i fuochi dedicati al dio Sole per il ritorno della luce dopo il buio dei mesi invernali.

Sempre in primavera, dopo i riti del fuoco, arrivavano, tra sacro e profano, quelli della Quaresima e poi della Pasqua

La Quaresima una volta – afferma il professore -, era vissuta con maggiore religiosità. In realtà questo era il periodo dell’anno con più tradizioni”.

faro-e-tradizioni2Importante il ruolo delle confraternite in questi riti religiosi. E’ ormai scomparsa la figura del quaresimalista che dirigeva, a turno, le funzioni religiose del periodo liturgico.

Nella Domenica di Passione, assolutamente di magro, si mangiavano  tagliatella riccia e polpette di pane. Nella settimana di passione era interessante vedere per le strade della città, processioni di confratelli che si spostavano per il precetto pasquale da una chiesa all’altra.

C’erano, inoltre, le processioni con le immagini sacre. Fra queste la più seguita era quella dell’Addolorata che, provenendo dalla Chiesa di S. Francesco, si dirigeva a passo lentissimo verso la Chiesa Madre.. alla ricerca del Figliolo morto.

E lo trovava, in un incontro molto suggestivo, per poi portarlo con sé, tenendolo sulle braccia, verso la chiesa da cui era uscita, San Francesco!

A questo punto il professore Vasco non può fare a meno di ricordare un personaggio molto legato alle tradizioni della nostra terra, e precisamente il reverendo don Vincenzo Angelilli, fondatore di un convitto per gli studenti bisognosi.

faro-e-tradizioni3La figura sommamente ieratica di questo sacerdote “… era la processione stessa”.

La banda del paese, diretta quasi sempre dal famoso maestro Falcicchio, accompagnava queste processioni. Non c’era cittadino che tralasciasse di partecipare a questi eventi che erano la storia del paese, le sue stesse radici culturali. 

Alla Quaresima seguiva la Santa Pasqua con i suoi riti, le sue usanze, le tradizioni… 

La Resurrezione la si commemorava il Sabato Santo, con lo scampanio festoso delle campane di tutte le Chiese e con un pranzo più ricco, dopo il digiuno del venerdì. Ogni casa profumava di brodo di carne, quasi sempre di pollo. 

Il giorno di Pasqua, invece, la tradizione imponeva il ragù, quello che sobbolliva sulla fornacetta per ore ed ore, fino quasi a consumarsi, fino ad acquistare un colore rosso “mattone”, come certi vini invecchiati per le grandi occasioni. E poi l’agnello alla brace o al forno con le patate. E poi il dolce di ricotta, e le scarcelle che avevano ricevuto i bambini di famiglia il giorno prima. 

faro-e-tradizioni4Man mano che il professore dipana i suoi ricordi, si sente crescere nell’uditorio una emozione dirompente… unita alla sensazione comune che le cose da dire, da sottolineare, da fare rivivere siano molto più numerose di quante ne possa contenere una sola serata! 

“Il lunedì dell’Angelo – ricorda Vasco – era d’obbligo gustare il timballo di verdure, che si poteva portare anche fuori casa per un pranzo all’aperto”.

Collegate alle feste pasquali anche le giornate delle “Passate al Monte”, ovvero a Monte Sannace o, come riportato nelle carte topografiche, Monte Rotondo. Queste feste che si ripetono ancora oggi nelle due domeniche successive alla Pasqua, sono un misto di medicina superstiziosa, magica, presente in tutto il territorio circostante e legato ovunque al culto della Madonna Annunziata, un antico rito pagano, poi cristianizzato, che prevedeva il passaggio dei  bambini maschi tra due rami d’albero per scongiurare il pericolo di un’ernia! 

Ora invece, ormai da molto tempo, i bambini o gli adulti che “vengono passati da chi a sua volta è stato già passato”, seguono la processione dietro la statua della Madonna per tre volte intorno alla Chiesa. Per i gioiesi, ma anche per gli abitanti dei paesi limitrofi, questa era la più importante festa rurale, un momento di ristoro primafaro-e-tradizioni6 della fatica della mietitura del fieno. La campagna traboccava di fiori, di asparagi selvatici, di rovi appena germogliati. Famiglie intere arrivavano con cesti e tavoloni per il picnic successivo ai riti religiosi e tutta la collina si riempiva di grida festose, di suoni, di canti… anche per effetto del vino che scorreva abbondante! 

Il tre maggio, in una chiesetta poco fuori del paese, accanto al cimitero, si festeggiava con grande trasporto e affluenza la Madonna della Croce nel luogo a lei dedicato. Era denominata anche “festa della Lattuga”, insalata carnosa e croccante che giunge a maturazione proprio in questo periodo. C’erano anche fave novelle, nocelline e tanta gioia di campagna, così come per la festa al Monte.

Questa festa mi è particolarmente cara perché si svolgeva vicino alla masseria di mia nonna, che con altri abitanti della zona sosteneva economicamente questa tradizione. Si celebrava, naturalmente la Santa Messa, a volte anche due, secondo la disponibilità dei sacerdoti, quindi le persone si disperdevano nella campagna circostante alla ricerca delle prime ciliegie

La festa di San Giuseppe Lavoratore chesan-filippo-processione-pia da anni si tiene il 1° maggio nella zona di Montursi, non ha una storia molto lunga, ma si sta ben affermando per la tenacia organizzativa degli abitanti della zona. Si può dire che è nata una nuova tradizione che – a giudicare dai risultati – piace molto ai gioiesi ed ai cittadini dei paesi limitrofi. Non poteva mancare nel racconto di Vasco, la storia del culto per quello che – dopo Santa Sofia – è diventato il santo patrono della città: San Filippo Neri.

Il professore ha raccontato la storia dell’immagine piccola di San Filippo (San Filippud), creata dal maestro Iacobellis e portata “al seggio”, perché seguisse la festa.

La festa si svolgeva nella piazza antistante il Castello, il passeggio era verso la piazza XX Settembre, dove era piantato il palo della cuccagna, per la gioia dei bambini e dei ragazzi che si sfidavano nell’arrampicata per portare a casa qualcosa di buono!

A giugno, per la festa di San Vito, nell’omonima parrocchia, si preparava una festa da tempo trascurata, fino quasi a perdersi. Ultimamente, per volontà e tenacia del parroco don Vito Campanelli, da anni alla guidcrocifisso chiesa s.antonioa la parrocchia, e per volontà di alcuni amministratori, la festa e rifiorita, anche se non conserva tutte le caratteristiche dell’antica tradizione, ad esempio la benedizione degli animali e la cavalcata.

Altre feste importanti, legate alla cultura gioiese ed alle vicende della città sono quelle della Madonna del Carmine, giornata in cui si fermavano tutti i lavori della campagna e le trebbiatrici, ed il culto per San Rocco patrono con San Filippo della città.

Di San Rocco si ricorda che operò il miracolo di porre fine all’epidemia di colera che tante vittime aveva mietuto. Questo episodio è collegato alla costruzione del primo cimitero fuori le mura, così come imposto dall’editto napoleonico di Saint Cloud. 

Anche la Festa del Crocifisso ha una storia antichissima ed era molto sentita e perciò molto ricca: illuminazione, banda, bancarelle ed ovviamente numerose e seguitissime funzioni, a partire dalla novena affidata ad oratori famosi in ambito religioso.

Ad ottobre la festa, anch’essa antichissima e molto seguita, della madonna del Rosario, poi quella della Madonna Addolorata, la terza domenica di ottobre.

In questa occasione la banda usciva all’alba e già verso le nove, suonatori e cittadini erano pronti per bere il “zuzurro da Matteuccio”, nei pressi della Chiesa Madre.

L’usanza del “zuzurro” continuava nella novena delle”Nove lampade”, in preparazione per il Natale, novena che continua ai nostri giorni ed è molto frequentata anche dai giovani. 

Il professore ricorda con evidente nostalgia le tradizioni natalizie che portano con sé, inevitabilmente, ricordi vicende di famiglia e persone care. Ed ancora i cibi tradizionali, i modesti doni per la festa della Befana

il-faro-fioriIn questo excursus sulle usanze del passato, non potevano mancare cenni sulle tradizioni legate anche al fidanzamento, al matrimonio. Una serata molto intensa ed interessante che ha evocato e trascinato in un passato in cui la povertà o la parsimonia avevano un valore umano ormai inimmaginabile nell’odierna società dei consumi, in cui una nuova povertà potrebbe solo portare a disastrose intemperanze.

Sento di dover ringraziare personalmente Vincenzo Lamanna, presidente dell’associazione “il Faro” per aver organizzato una serata davvero molto piacevole, in cui ognuno di noi ha ritrovato le sue radici, ed il professore Antonio Vasco, per tutti Tonino, per aver condiviso con i presenti le sue conoscenze ed i suoi ricordi.

 

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