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LORENZO DONVITO. DA GIOIA DEL COLLE A NEW YORK

Lorenzo Donvito

Lorenzo DonvitoSette anni fa Lorenzo Donvito, classe 1986 originario di Gioia del Colle in provincia di Bari, lasciò l’Italia per trasferirsi nella Grande Mela dove oggi vive e lavora come professore di Lingua e Letteratura italiana presso la Hunter College City University of New York. Niente e nessuno è riuscito a fermarlo. È stata la determinazione, la caparbietà e l’ardente desiderio di crescere, conoscere e amare la vita a spingerlo verso nuovi mondi, senza mai lasciarsi risucchiare dalla claustrofobica mentalità italiana.

Lorenzo si racconta in una intervista e con la sua naturale ironia, che da sempre lo contraddistingue, ci offre anche immagini di una New York scoperta e amata giorno dopo giorno.

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In quale momento della tua vita hai deciso di lasciare l’Italia per andare a vivere oltreoceano? Perché?

«Ho deciso di lasciare temporaneamente l’Italia all’età di 18 anni, fresco di maturità, passando per il Regno Unito, la Francia, e l’Irlanda. L’America è stata da sempre un sogno, inizialmente tanto lontano, ma poi tanto vicino. Avrei voluto frequentare il liceo a New York e poi l’università, ma per gli standard del mio paese ero ancora troppo piccolo per prendere decisioni e l’idea di studiare fuori in età così tanto precoce (per l’Italia) spaventava i miei genitori e la conversazione si esauriva nell’arco di cinque minuti. Ho acquisito un titolo di Laurea Triennale in Lingue e Letterature Straniere presso l’Università di Bari; ho preparato la mia tesi di laurea per tre mesi a Boston, ed è lì che è cominciato tutto. Si tratta di sette anni fa. Ho lasciato permanentemente l’Italia con tanta gioia, con tanta voglia di imparare altro, altre lingue, altre culture, vivere la diversità del mondo che fino ad allora si riduceva a un mero concetto astratto, possibilmente poetico ma ancora molto evanescente. Ricordo ancora quando sono arrivato per la prima volta a New York. Stentavo a credere che finalmente l’attesa era terminata e che finalmente ero libero di potermi dare la vita che volevo, come l’avevo sempre desiderata. Di lì a poco, dopo una serie di studi e certificazioni, fui ammesso a un programma di laurea specialistica in Letteratura e Linguistica Italiana presso la Hunter College, City University of New York. Studiare all’università qui in America mi ha aiutato moltissimo a inserirmi socialmente e lavorativamente. Cominciai a lavorare come esperto linguistico presso il Dipartimento di Lingue Romanze, in seguito assistente, docente e infine come Adjunct ossia come professore di Lingua e Letteratura italiana senza un titolo di dottorato».

 

La tua famiglia ti ha sostenuto in questa tua scelta?

«Il percorso della mia famiglia come potete immaginare è stato quello che ci si può aspettare da una famiglia il cui figlio di dieci anni dice di volersi trasferire in America. I miei studi di carattere linguistico e i miei interessi sono sempre stati parecchio distanti dalla realtà dei miei genitori, ai quali occorreva tradurre in parole semplici il cuore delle mie richieste e dei miei desideri. Ci è voluto un po’ per insegnar loro il significato dell’importanza di padroneggiare altre lingue, farsi cittadini del mondo, di formarsi all’estero e del valore del confronto tra culture, senza porre confini geografici che per me avrebbero solo frenato temporaneamente la mia mossa successiva. Non ho mai voluto lavorare in un hotel o per un call center, o dare lezioni private di lingue straniere. Non ho mai accettato tutto questo che per la maggior parte rappresenta l’offerta lavorativa in Italia per chi si occupa di lingue straniere. Amavo la traduzione, ma in Italia quest’arte era ed è ancora troppo svalutata e mercificata, dunque meglio partire».

 

Di cosa ti occupi attualmente?

«La mia premessa è che a New York si fanno molti lavori, certamente perché è una città che costa molto e quindi per ragioni pratiche, ma anche perché questa città ha davvero moltissimo da offrire in termini di istruzione, formazione professionale e possibilità lavorative, mi sono affacciato al mondo del lavoro a New York come professore di lingua e letteratura italiana presso la mia stessa Università, ma poi ho deciso di persistere nell’ambito della traduzione. Da tre anni lavoro come traduttore e Project Manager a tempo pieno presso il Dipartimento di traduzione di uno studio legale a Manhattan. Ogni giorno mi occupo di traduzione, e raramente di interpretazione, dall’italiano, francese, spagnolo, latino e catalano, all’inglese, di documenti di natura legale e finanziaria per l’80% del mio volume di lavoro quotidiano, senza togliere spazio a progetti più creativi riguardanti moda, arte e spettacolo. Sebbene ogni lavoro possieda una sua routine, io nel mio non la vedo dal momento che ogni giorno mi trovo dinanzi a nuove sfide e momenti di crescita da cui non faccio altro che imparare».

 

La New York che ti eri immaginato ha soddisfatto le tue aspettative?

«La New York che mi immaginavo e che avevo idealizzato durante i miei duri anni di attesa in Italia l’ho ritrovata al mio primo arrivo, ma non è durata a lungo. Perché? Perché New York è una città dove bisogna apprendere rapidamente a darsi da fare a credere nelle proprie capacità e a cimentarsi in circostanze spesso molto più grandi di quello che pensiamo di essere. Lavorare sodo e bene rappresenta solo una parte di quello che serve per arrivare dove si vuole arrivare e raggiungere uno stile di vita dove ci si può permettere di farsi “un caffè con un amico” durante il giorno, in termini di usanze italiane. Ho appreso che il vero sogno americano non ti è dovuto, non ti aspetta e che ci vuole molta costanza e determinazione al fine di poterlo raggiungere, ma la bellezza sta nel fatto che questo sogno, cosi poco sogno e cosi tanto sudato, esiste e si può raggiungere. Sempre».

 

Cosa ti manca della Puglia?

«La Puglia mi manca in estate, sarà perché le nostre estati pugliesi sono tanto belle, rilassanti e piene di festa e divertimento o sarà anche per la bellezza stessa della nostra regione. Mi mancano certamente le prelibatezze nostrane e caserecce, sebbene non c’è piatto pugliese che non abbia replicato nella mia cucina di New York, cosi come tutti i paesaggi in cui sono cresciuto e che custodisco fieramente nei ricordi nella mia vita presente. La Puglia è certamente la mia terra, quella della mia famiglia e degli amici insostituibili con i quali sono sempre in stretto contatto. Vivere per molto tempo all’estero mi ha aiutato a ritrovare la mia italianità, ad apprezzarla e trovare il giusto compromesso tra me e una cultura da un’identità molto forte, a volte troppo forte e rigida. In questo compromesso sociale ho recuperato molto affetto per il mio paese ed ho imparato a perdonare tanti caratteri spigolosi della nostra cultura per me ancora troppo chiusa e troppo tradizionalista».

 

In cosa, secondo te, l’America è all’avanguardia rispetto all’Italia e cosa, invece, può apprendere dalla nostra cultura?

«Sicuramente ci sono fronti e fronti in cui l’America o l’Italia hanno da insegnare; dipende dai vari casi. Non c’è un paese del tutto giusto e uno del tutto sbagliato e infatti ogni paese ha i suoi pregi e difetti. Credo che l’America possa impartire all’Italia una buona lezione d’integrazione razziale, di rispetto delle minoranze, del rispetto dell’alterità, del rispetto delle religioni altrui (senza ribadire che siamo un paese cattolico) e dell’importanza della diversità. L’Italia ha molto da imparare e fare in termini di diritti civili per la comunità omosessuale, bisessuale e transessuale, garantiti qui in America nella maggior parte degli Stati sotto ogni punto di vista. L’America a sua volta dovrebbe imparare dall’Italia a non vivere per lavorare ma a lavorare per vivere, a rivalutare i costi esorbitanti di istruzione e sanità. L’America dovrebbe imparare altre lingue, senza non contare troppo sul fatto che l’inglese sia la lingua universale; dovrebbe apprendere a cucinare cibo italiano come si deve, a usare meno sale e zucchero, a introdurre il concetto della “passeggiata/camminata per piacere” piuttosto che avere sempre una destinazione a cui recarsi».

 

In questo difficile momento storico per l’Italia ritieni che i giovani debbano avere il coraggio di restare per lottare o fuggire sia la soluzione migliore?

«A questa domanda cosi gettonata nella lotta tra chi resta e chi va, posso solo parlare per la mia esperienza e ritengo che qui il coraggio abbia poco a che fare, ma ciò che davvero conta è la propria felicità. Non tutti sono fatti per partire e non tutti sono fatti per restare; il coraggio è di entrambi e quindi di nessuno. In qualsiasi circostanza credo sia importante realizzarsi nella sua accezione più letterale ossia applicarsi, cimentarsi, fare il proprio meglio per garantirsi un angolo di felicità e soddisfazione. Questo può significare partire o restare, ma sicuramente significa anche saper reinterpretare la propria vita, distaccarsi dal modello dei nostri genitori e liberarsi delle proiezioni che i nostri genitori hanno creato negli anni su di noi. Vivere la gioventù significa godere della freschezza delle proprie idee e creatività in un corpo giovane, e credo che sia nostra la responsabilità di trasformare in azioni quello che siamo».

 

Ti senti più cittadino italiano o americano?

«Ottima domanda. Sono un cittadino italiano e americano. Sicuramente entrambe le due culture coesistono in me; è difficile riuscire a discernere cosa è italiano in me e cosa è americano. Se dovessi pensarci per un istante direi che il mio approccio al lavoro è di chiaro stampo americano, mentre il mio approccio al mio tempo libero presenta più caratteri italiani. Credo davvero che sia difficile poter filtrare le due culture, dal momento che più passa il tempo più si amalgamano raggiungendo un equilibrio che è sempre del tutto personale».

 

Hai mai pensato di ritornare in Italia?

«Non penso mai di tornare in Italia perché sto bene dove sto. Penso diverse volte di tornare in vacanza più spesso in Italia per poter godere della presenza fisica dei miei genitori e dei miei amici e per continuare a esplorare l’Italia. Non so cosa porta il futuro e dunque avanzare posizioni o progetti è difficile, ma al momento non ho alcuna intenzione di ritornare».

 

Quali sono i tuoi progetti futuri?

«Ho diversi progetti futuri che certamente riguardano la mia carriera di traduttore. Sicuramente espandere il mio network e propormi ad aziende come freelancer è uno dei miei progetti più presenti, ma al tempo stesso vorrei ampliare il mio campo linguistico, continuare a viaggiare, continuare a studiare come hobby e continuare a imparare dalle persone con più esperienza di me, in qualsiasi ambito».

 

Se dovessi racchiudere in una sola frase questa tua esperienza di vita?

«“Two roads diverged in a wood, and I took the one less traveled by, and that has made all the difference” (Divergevano due strade in un bosco, ed io presi la meno battuta, ed è per questo che sono diverso – n.d.r.) tratta da “The Road Not Taken” di Robert Frost».

Isabella Vasco

Pubblicato su “NELMESE.it” (http://www.nelmese.it/2015/03/da-gioia-del-colle-a-new-york-la-storia-di-lorenzo/)

 

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