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Cronaca

Mara Keità – immigrato a Gioia – avvelenato dal monossido

mia da mettere a vista

Mara KeitàMara Keità aveva un sogno: raggiungere l’indipendenza e poter aiutare la sua famiglia in Costa d’Avorio. Non agli angoli dei supermercati, chiedendo l’elemosina, ma lavorando, regolarmente assicurato per poter rinnovare il permesso di soggiorno, nei campi di Sammichele. E lì a 24 anni ha trovato la morte, nel freddo di una notte scaldata dal calore di un braciere, perché la stufetta non bastava a scaldarlo ed avvelenata dal monossido di carbonio.

Forse avrebbe potuto dormire nel centro di Gioia, al caldo, insieme ad altri immigrati. Ma non voleva far tardi ed affrontare anche la fatica di raggiungere la campagna ogni mattina. Quel container a suo modo confortevole, risolveva il problema, ma non il freddo. E nel sonno gravido di stanchezza, inalando calore e veleno, la morte si è insinuata. E’ il suo stesso datore di lavoro, preoccupato, ad avvisare le forze dell’ordine, al mattino.

Ed il pensiero è andato ai tanti nostri immigrati che coltivavano il suo stesso sogno e come lui per realizzarlo hanno affrontato un lungo viaggio, lontani da casa e dai loro cari. A volte realizzandolo, altre sconfitti dal destino.

Mara Keità era molto timido e riservato. Il 28 giugno, giorno in cui ricevette l’attestato per aver frequentato il corso di lingua italiana organizzato da Accoglienza Responsabile, a differenza dei suoi amici non scattava selfie… stava in disparte e guardava quel prezioso cartoncino con deferenza.

Tra lunedì e martedì, dopo gli adempimenti necessari, Mara Keità tornerà a Gioia per le esequie. Lo ospiterà il cimitero musulmano, a meno che non si riesca a farlo ritornare nella sua terra, ma i costi sono improponibili. In Costa d’Avorio una madre da giorni piange suo figlio, non potrà abbracciarlo un’ultima volta. Il dolore ha un solo colore, quello della disperazione.

Di seguito il saluto a Keità del Coordinamento di Accoglienza Responsabile, una riflessione di Mariella Panessa e quanto scritto da Dalila Bellacicco su la voce del paese del 2 luglio scorso, alla consegna degli attestati, un momento di grande speranza per questi ragazzi accolti nella nostra comunità.

________________centro accogliena gioiese

“Con profondo dolore accogliamo la notizia della morte di Keità, un ragazzo ivoriano che aveva trovato rifugio nella nostra città e che da qualche tempo lavorava in campagna. Aveva 24 anni e nulla di speciale, se non quel destino feroce che sta caratterizzando l’esistenza di centinaia di migliaia di persone come lui in questo momento storico. Un esodo che è il risultato di quella che il compianto giornalista Alessandro Leogrande (per un sadico gioco del caso, scomparso anche lui pochi giorni fa) ha definito “globalizzazione dell’indifferenza”: ovvero lo sradicamento dalla propria terra d’origine alla ricerca di quelle condizioni di vita più dignitose che costituiscono il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo (cit. Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo).

Abbiamo conosciuto Keità a settembre dello scorso anno, in occasione dell’avvio della scuola di italiano. Un ragazzo riservato, timido, molto volenteroso. Il suo nome sapeva scriverlo a malapena i primi giorni di lezione: qualcuno doveva averglielo salvato sul telefono, così, al momento delle firme di presenza, con grand6 mara keità centro accogliena gioiesee decoro, lo ricopiava piano, piano sul foglio di carta.

A maggio tutti gli studenti hanno ricevuto un attestato di frequenza e anche Keità ha ritirato il suo prezioso diploma. Un giorno felice, di tregua dalla noia e di riscatto dalla deumanizzazione dei migranti architettata dai giornali. Ormai sapeva firmare con disinvoltura e conosceva le regole fondamentali della lingua italiana. Un percorso dal valore inestimabile e che ci riempie di orgoglio.

Alla sua famiglia va il nostro più dolce pensiero. Ai loro sacrifici e al debito che hanno con il mondo. Alle loro lacrime vanno i nostri respiri. Al suo sorriso il nostro cuore”.

Coordinamento “Accoglienza Responsabile”

_____________centro accogliena gioiese

“Rientro in casa, dalla strada, dal freddo e dalla pioggia… dal niente. Accendo la luce e torna la mia casa.

Tolgo il piumino e indosso il pigiama.

Mi avvolgo in una coperta e sto sul divano a guardare cosa accade in quell’universo stretto del telefonino.

Leggo della morte di un “ragazzo negro” qui, nel mio paese.

Deceduto nel container nel quale viveva, forse per il monossido di carbonio.

Lavorava regolarmente come bracciante agricolo.

Lascio scivolare il telefonino sul tavolino davanti a me.

Chiudo gli occhi.

“Vedo “quei neri” che bazzicano alla stazione, frotte di storie e di visi sconosciuti. Carne negli angoli e in mezzo alle nostre strade, alla nostra piazza…spesso cuori stesi su un cartone.

Teste senza riparo. Mi viene da piangere perché sono grata.

Perché se non avessi questo immensocentro accogliena gioiese torrente di gente, si… anche la “gente negra” intorno a me, che all’improvviso si posa sui miei ragionamenti e sul cuore e mi sorprende, dimenticherei l’importanza di quei respiri lunghi… i respiri che dicono che tutto continua, che L’AMORE scava anche nei vicoli ciechi… Che la parola odio mi fa schifo!”

Mariella Panessa

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Accoglienza Responsabile premia i corsisti del Cas… e l’emozione dilaga

Ha inizio in ottobre del 2016 il corso di italiano per giovani immigrati ospiti del Cas, organizzato da Accoglienza Responsabile ed alcuni volontari – Lyuba Centrone, ideatrice del progetto -, Tiziana Tatone, Annarita Cassa, Anna Mancino, Rocco Milano, Giuseppe Procino e Pasquale Redavid. Un progetto in parallelo con quello organizzato dalla cooperativa del Cas e dall’Itis Galilei, che rilascia un titolo vero e proprio, e forse anche per questo, di più ampio respiro.

Ci si incontra ogni lunedì per circa due ore fino a giugno nel Laboratorio urMara Keitàbano con l’obiettivo di acquisire strumenti linguistici minimi per raccontarsi e conoscersi, presentarsi ed auto dichiararsi in un ambiente diverso, a tratti anche ostile. E raccontare un viaggio come quello fatto da loro, non è mai facile neanche quando gli strumenti linguistici ci sono… Una esperienza definita non a caso dai volontari molto gratificante, iniziata con un gruppo molto numeroso che si è pian piano ridimensionato. Sono undici i ragazzi presenti fino a fine corso, motivati ed interessati, in parte francofoni, in parte anglofoni e tra di loro le incomprensioni non sono poche, tanto da doverli all’inizio dividere per meglio seguirli. A loro il 28 giugno è stato consegnato un attestato dall’assessore Iole Pitarra. La loro gioia è contagiosa,… scattano foto, invitano a fare selfie, ridono, scherzano, raccontano le loro ultime vicissitudini o si isolano scrivendo messaggi, smarriti in altre latitudini e luoghi virtuali.

Tra gli “studi” affrontati oltre a quello pcentro accogliena gioieseiù ostico della grammatica italiana affidato a Rocco Milano, la raccolta differenziata e l’educazione alla affettività, tema quest’ultimo importantissimo per dirimere quei fraintendimenti culturali generati dalla diversità tra i generi e dall’approccio con gli… indigeni e le indigene.

Con emozione Pasquale Redavid invita i ragazzi a percorrere un corso di secondo livello in autunno e perché no? incontrarsi anche d’estate, di tanto in tanto… senza perdersi di vista, perché quegli sguardi ti entrano nel cuore, come le loro storie.

Tiziana da due anni ospita Lamin, un ragazzo che vive nella sua casa, con i suoi figli ed ha uno spazio tutto suo, ordinatissimo. Lamin ha sedici anni e mette a posto le sedie, curiosa tra il registro dove le firme inizialmente in stampatello, si stagliano in corsivo, sfoglia il libro utilizzato – “Italiani anche noi” di Eraldo Affinati e Anna Luce Lenzi -, ascolta tutti e tutti con attenzione, quasi volesse captare le energie del luogo e delle persone presenti.

Quel bel libro rosso, illustrato lo ha segnalato Lyuba che negli anni di studio a Siena ha avuto modo di contattare simili realtà non solo di accoglienza ed intecentro accogliena gioiesegrazione, ma soprattutto di contaminazione culturale, forse l’unica formula in grado di sviluppare anticorpi contro il virus del razzismo.

Tiziana ha una sua idea e la espone a fine serata, quando si resta in pochi, mentre si rimette a posto l’aula… Se ogni famiglia che può e vuole ospitasse uno dei ragazzi immigrati, molti problemi si risolverebbero, perché la cura e l’attenzione che può dare una famiglia non è la stessa di un Cas o un Cara, né possono bastare sporadici tentativi, anche ben strutturati, di integrazione.

Un ragazzo portato in famiglia prova infinita gratitudine e tende a condividere usi e costumi, sente il desiderio di ricambiare l’affetto e dà senza risparmiarsi. E’ una esperienza bellissima, che come donna e madre mi arricchisce al punto da sentirmi io in debito verso Lamin. Non credo che troveremo mai soluzione al problema se non lo prendiamo in carico e lo trasformiamo in una opportunità ma non per fare denaro o speculazioni, per amore!” Ci sono incontri che ti cambiano dentro. A volte il caso che non è mai un caso, crea imprevedibili correlazioni. Il 28 giugno nel laboratorio urbano un seme è stato gettato… attecchirà?

Dalila Bellacicco

 

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