LA COLONIZZAZIONE ENERGETICA DELLA PUGLIA
Come riportano negli ultimi anni alcune testate giornalistiche pare che la nostra regione sia stata proclamata la regione più bella al mondo, anche per questo anno, secondo il National Geographic che per il 2019 e 2020 ha deciso di conferire alla Puglia il “Best value travel destination in the word”. Certo c’è molto orgoglio per questo, ma noi sappiamo benissimo che la nostra terra, riscoperta al turismo anche per le politiche attive regionali (vedasi anche il ruolo di promozione di strumenti come Apulia Film Commission), è veramente di una bellezza sorprendente, ed appunto il turismo potrebbe essere uno dei motori trainanti per un’economia di sistema.
Eppure tutta questa bellezza rischia di essere minacciata da progetti che puntano anche ai soldi del recovery fund, in particolare a quelli previsti per la transizione energetica. Per cui piombano sul nostro territorio società con progetti che mirano esclusivamente a lucrare guadagni, fare utili, mascherando sotto la scusa dell’energia rinnovabile, interessi ambigui che come primo punto portano allo scempio del nostro territorio.
Un esempio, è nemmeno l’unico, è il caso del progetto della società EnelGreenPower Italia. Il progetto consiste nella realizzazione di un parco eolico composto da 15 aerogeneratori alti 200 metri, e andrebbe a impattare un contesto paesaggistico e naturale con presenza di doline, grotte e siti di interesse storico-culturale. Per non parlare del contesto agricolo con produzioni di eccezionale qualità, poste nel territorio della murgia, tra i comuni di Casamassima ed Acquaviva delle Fonti, ed a incombere sul piccolo territorio di Sammichele di Bari. Praticamente uno scempio perché se si leggono
gli atti del progetto, questi 15 aereogeneratori alti oltre 200 metri, si vedrebbero da Mola di Bari, da Bari stesso, da Altamura, perché le dimensioni non hanno alcuna relazione di proporzionalità con la morfologia del passaggio circostante, soverchiando tutto ciò che è intorno e modificando in maniera brutale ed inaccettabile il nostro paesaggio rurale con danni alla nostra economia. Per non parlare della cementificazione selvaggia – perché ognuno degli aerogeneratori deve avere una base in cemento armato e chilometri di cavi per collegare tutte le torri, fino alla stazione a valle. Un incubo che si è materializzato all’improvviso su un territorio e delle comunità che sono state investite e notiziate di un progetto “quasi” esecutivo, e che hanno reagito con fermezza, attraverso Consigli Comunali monotematici che hanno affermato con fermezza un no che potrebbe non bastare a fermare EnelGreenPower Italia, malgrado l’incompatibilità con il territorio, dato dalle indicazioni contenute nel Piano Paesaggistico Territoriale pugliese.
Ora è ovvio che ciascuno di noi debba essere, proprio perché vogliamo un futuro diverso, favorevole alle fonti rinnovabili di energia, ma non a costo di stravolgere un intero territorio. Le fonti rinnovabili vanno benissimo, ma se proprio dobbiamo potenziarle, queste vanno potenziate rispettando ambiente e paesaggio. Sì, perché la Puglia è la regione regina delle fonti rinnovabili. Il 100% dei Comuni pugliesi possiede sul proprio territorio almeno un impianto da fonte rinnovabile. In questa regione la crescita di tali tecnologie è stata inesorabile negli ultimi anni sia per la potenza installata che per la produzione di energia. Per cui non manca una cultura di transizione energetica in Puglia. Anzi.
La cosa strana però, è che tutte queste azi
ende, del nord, o addirittura estere, investono su fonti rinnovabili in Puglia, portano al nord l’energia prodotta da noi, che alle fabbriche del nord Italia finisce per costare molto meno che in Puglia stessa. Ed in particolare i lettori di questo giornale sanno di cosa parlo. Ecco perché parlavo di una vera e propria “colonizzazione” energetica, che porta vantaggi alle imprese, che pur di intercettare fondi europei, fanno progetti incompatibili con il nostro territorio, che tanto a loro non interessa. L’eolico di 200 metri per intercettare venti di quota va bene ad esempio dove ci sono spazi enormi di seminativo, nei pressi di colline e montagne, dove si incanalano venti, non nel nostro territorio. Poi se sono devastanti dal punto di vista turistico, paesaggistico, economico, agroalimentare, a queste imprese manca fondamentalmente una cosa che predicava nel vuoto uno dei più grandi industriali italiani, Olivetti: l’etica. E se si leggono appunto i progetti, di quell’etica non si trova traccia: pur di ottenere i permessi si descrive quel territorio come abbandonato, non più coltivato.
Sono tante le ragioni che ci dovrebbero far gridare allo scandalo; intanto noi non dobbiamo assolutamente essere disponibili a vedere la nostra terra violentata e sfruttata, i nostri muretti a secco devastati, i nostri tratturi deturpati, le nostre falde sotterranee distrutte, i nostri paesaggi deturpati se questo sacrificio non solo non porterà alla riduzione di emissioni di CO2, ma addirittura consentirà la sopravvivenza degli impianti termoelettrici inquinanti come quello di Brindisi, grazie ad un altro aspetto paradossale, e sconcertante. Infatt
i la normativa comunitaria e nazionale prevede che ciascun produttore di energia elettrica, per poter esercitare sul territorio europeo e italiano, debba obbligatoriamente produrre una quota di energia pulita, da fonti rinnovabili. L’energia pulita “prodotta” è riconosciuta dai certificati verdi. Chi non produce energia da fonti rinnovabili, però, può sempre comprare la propria quota acquistando i certificati verdi da altre società (magari satellite dello stesso gruppo industriale) produttrici di energia rinnovabile. Il problema è che questa certificazione non avviene sulla produzione reale di energia elettrica degli impianti bensì sulla produzione nominale di energia, ovvero su quanto l’impianto dovrebbe produrre sulla carta. Questo fa sì che un parco eolico con pale immense anche se funziona a mezzo regime perché c’è poco vento “utile”, come potrebbe essere nel caso dell’impianto di Acquaviva delle Fonti e Casamassima, comunque garantisce una buona quota di certificati verdi, perché la potenza nominale di macchine tanto grandi è molto elevata. Questo vuol dire che comprando i certificati verdi di un impianto improduttivo da fonti rinnovabili un produttore che utilizza metodi vetusti e inquinanti come quelli della combustione di carbone per generare elettricità potrà continuare a farlo senza riconvertire i propri impianti. E questo spiega la mancanza di etica ed il fatto che, laddove manca una difesa attenta del territorio, si rischia in Puglia un proliferare di impianti come se fosse terra di conquista.
Ecco cosa c’è in ballo. E proprio per questo vi invito ad una riflessione militante, proprio da questo giornale. L’esempio dell’impianto del Sud Est Barese non è l’unico in queste settimane. Anche zone del Salento o del Tarantino, anche la Bat o il foggiano hanno visto presentare decine e decine di progetti. Tocca a noi creare opinione e vigilare come cittadinanza attiva.
Francesco Antonio Spinelli
