IN SCENA “LA MITE” ED IL TEATRO DIVENTA PURA EMOZIONE
Intenso, dolorosamente vero, intriso di nostalgia, ricordi, sensi di colpa, follia… quella che imperversa nell’animo umano di fronte all’ineluttabilità della morte e di quel che poteva essere e non è stato.
Tutto questo ed altro è arrivato al pubblico de “La Mite” presente a Palazzo Romano il 9 e 10 ottobre scorso, un monologo appassionatamente interpretato con estrema bravura da Federico Gobbi, tenendo alta la tensione emotiva dal primo all’ultimo minuto, così “nella parte” da intravedere a stento l’uomo rifugiatosi in una piccola zona d’ombra del personaggio, così potente da eludere la realtà.
Un lavoro esaltato dall’eccellente drammaturgia di Andrea Cramarossa che ha curato tutto, anche l’allestimento, nei minimi particolari.
L’essenziale scenografia: la statua con mano mozza della Madonna, orfana di devote attenzioni ed abbandonata al suo destino… Tra le sue braccia il bimbo Gesù, privo del capo. La statua, allegoria di fede, nel buio scenico così come spesso nell’animo è a stento visibile, nascosta dietro una bianca sedia, strumento di scena, rumore e percorrenza. Ed ancora scarpe da sposa anch’esse bianche, un cavallo di legno trasformato in un vero destriero dalla bravura dell’attore ed il simulacro di un sepolcro, di un corpo avvolto nell’unica nota di colore. Su di esso, la fiamma di una candela palpita… E’ metafora di dissonante amore e di una lunga, dolorosa veglia tra sprazzi di lucidi ricordi e sensi di colpa naufragati nella follia.
Una rivisitazione definita dal pubblico “vertiginosa” ridotta a meno di un’ora eppur dal peso specifico che condensa a pieno la narrazione di quattro ore della scrittura diFëdor Michajlovič Dostoevskij. senza smarrirne la complessa essenza.
Le iperboli mentali trasformano il protagonista in un funambolo che ondeggia sul baratro della follia, ancorato alla realtà dal compianto, ossessivamente alla ricerca di una lucidità intermittente, scandita dal dolore. Un dolore che dive
nta movimento nel tremore delle mani, a tratti parossistico, nell’espressività del volto sconvolto e trasformato in grottesca maschera da luci ed ombre, nelle musiche avvolgenti che si insinuano nel profondo.
“Nel racconto la Mite di Dostoevskij – precisa Andrea – le azioni dei personaggi che si susseguono nell’incalzante ritmo narrativo, sono il riflesso delle deflagrazioni che avvengono dentro e fuori l’animo umano, una sequela di atti che appaiono per lasciare spazio ad una visione tragica e ad un significato filosofico dell’essere umano e del suo mondo. La protagonista della storia, la Mite del titolo, si trova a raccontarsi per bocca d’un marito che non si dà pace, mentre resta proprio lì, nei pressi di quei due tavoli da soggiorno avamposti d’un ozio in spregio ad una luna di miele mai celebrata e sempre agognata, sperata, declamata. Tante domande senza risposte, una ad una in schianto contro lo sguardo di “severa meraviglia” che ha dissolto il loro amore di marito e di moglie, sposi per “caso” e per “istanti”, adoranti del corpo dell’altro in tempi asincroni, assieme all’insostenibile spazio lasciato inabitato dalla moltitudine di parole stracciate e appese nell’atrio d’una taciuta vergogna: l’inutile tormento d’un arrogante silenzio.”
“Si penetra così nel teatrino della mente di un uomo che ci trasporta attraverso tutti i gradi della sua caduta, dal furore alla vacuità…” smarrendo se stesso per poi ritrovarsi nel surreale universo della follia. Un grande spettacolo, un grandissimo attore, Federico Gobbi ed un illuminato drammaturgo, eccellente regista, poeta e conoscitore delle umane fragilità, Andrea Cramarossa. riproposto a Bari, al teatro Duse il 29, 30 e 31 ottobre. Da non perdere!
