“FARFALLE DI SPINE”, PER RICORDARE LA SHOAH

Alla caducità del volo di “Farfalle di spine” è stato dedicato lo splendido incontro del 20 gennaio nella fucina alchemica di poesia, musica ed arte di Spazio UnoTre, spazio che ha ospitato Daniele Maria Pegorari, prestigioso critico, docente universitario di Letteratura italiana contemporanea e Sociologia della Letteratura, direttore della rivista “Incroci” e della collana “Le ciliegie” di cui “Farfalle di spine – Poesie sulla Shoah”, a cura di Valeria Traversi ed edito Palomar, è una delle ultime “perle”.
La serata, resa ancor più suggestiva nell’ouverture dalle note e dagli elaborati effetti acustici inclusivi e trascinanti di Stefano Montuoso alla chitarra e dalle percussioni struggenti, precise e al contempo spontanee nella musicalità di Napoleone Pavone, è stata arricchita da una convers
azione di altissimo livello culturale, che ha esplorato e scandagliato il travaglio della poesia e dell’arte da Auschwitz ad oggi, con audaci incursioni “dantesche” di disarmante attualità.
Accorata, emozionata ed appassionata la presentazione della curatrice, Valeria Traversi, guidata dalla “stella Polare” di Primi Levi. Le sue riflessioni hanno accompagnato la conversazione, offrendo nuovi spunti di approfondimento, lasciando sgorgare altre “parole” che hanno esorcizzato ed addomesticato il male, dando forma “disarmonica” a quanto non poteva esser descritto in altro modo, né poteva esser relegato all’oblio, lasciando solo agli incubi il ricordo.
“La storia arrotonda gli scheletri allo zero, mille e uno fa sempre mille”, scriveva Wislawa Szymborska.
“Quando alla memoria si dà voce attraverso le forme d’arte – afferma Valeria – si rischia di estetizzare l’evento ispiratore”.
Emerge con chiarezza che eliminare il pensiero, il sentimento espresso nella scrittura, condanna l’umanità all’abbruttimento più bieco. Nell’inferno della deportazione, nell’incertezza di un futuro defraudato anche della più piccola scintilla di speranza, solo la poesia osa lenire tanto sgomento e cauterizzare l’inenarrabile dis
perazione con la sua struggente dolcezza. Ed il pensiero poetico si rivela l’unico “futuro” possibile per le tante voci soffocate dai miasmi della morte, l’unico, estremo atto di libertà, perseguito con ogni mezzo: seppellendo bottiglie di vetro sotto gli alberi, nascondendo frammenti tra le macerie del nulla, tra le pagine di un diario …
La silloge poetica “Farfalle di spine” si articola in tre sezioni. Nella prima sono racchiuse le testimonianze dirette dai ghetti, tra di esse quelle di Gertrud Kolmar, Elisa Springer e Teddy, uno dei bimbi che visse l’inferno di Terezin;
nella seconda le testimonianze di chi, come Paul Celan, Nelly Sachs e Peter Weiss riesce a mettersi al riparo prima di essere catturato e si assume “la responsabilità di dare voce” a chi non c’è più; nella terza le voci di chi, pur se estraneo a tanto dolore, sente il bisogno di scriverne, è il caso di Brecht, Etvushenko, Szymborska, Pasolini, Quasimodo e Guccini.
“Adorno, filosofo tedesco, convinto dell’impossibilità di legare il male con il bello – dichiara Daniele Maria Pegorari – afferma che scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie, ma per Paul Celan,
poeta ebreo, il dolore incessante ha tanto diritto di esprimersi quanto il martirizzato di urlare. L’arte deve veicolare il ricordo, deve esplicare la sua tensione etica”.
Ed alla tensione emotiva della recitazione degli attori di Atrebil è affidata la lettura di alcune poesie, molto coinvolgente l’alternarsi di voci, l’incalzante urgenza di raccontarsi e raccontare, il ricordo di scarpette rosse di Joyce Lussu e di Terezin, dai cui disegni è tratto il titolo “Farfalle di spine”.
Atrebil creatura “teatrale” e laboratorio attoriale in continuo evolversi, ha tra i suoi mentori Rocco Capri Chiumarulo e Anna Garofalo ed è alla ricerca di nuovi talenti per sperimentare insieme inediti percorsi interpretativi della parola e della gestualità, come ben si intuisce nel profilo faceboo
k di Atrebil Teatro.
Una catarsi, lanciare tra le fiamme pagine scritte con lacrime e sangue, così come catartico è il comporre e scomporre in dinamico divenire di Mario Pugliese e Mario Lozito, fogli bagnati in acqua e colore per disegnare volti, voli, cadute, risalite … Quando l’immagine svela la sua anima, un velo la cattura. Lacrime di pioggia la legano al suo destino, mani invisibili la trascinano lontano, in strappi danzanti, inconsapevoli Atropo e
Lachesi, moire d’Arte.
A fine serata Gia
como Leronni ha salutato i presenti, per altro numerosi, ringraziato gli ospiti e ricordato che il 3 febbraio presenterà i suoi lavori poetici un esordiente, Emanuele Savasta.
In mostra le surreali sculture di Giovanni Carpignano, oggetti salvati da “triste destino” e restituiti alla notorietà con “fattezze” ridisegnate in primordiali ed essenziali tratti, davvero molto originali e ad effetto.
Un sentito grazie a Fabio Guliersi per aver messo a disposizione dei nostri lettori i suoi artistici scatti.