ROSSINI: “DON CHISCIOTTE, LUNGHI E SENTITI APPLAUSI”
In scena, presso il teatro comunale ‘Rossini’, nei giorni 10 e 11 aprile, la rivisitazione, data dalla creatività linguistica di Ruggero Cappuccio e dalla particolare regia di Nadia Baldi, del capolavoro del genio di Miguel de Cervantes: ‘Don Chisciotte’.
La stupefacente genialità viene resa dalle vicende del professor Cervantes, interpretato magistralmente dal napoletano Claudio Di Palma, e dall’infermiere Salvo Panza, interpretato dall’insigne Lello Arena.
Il professore rivela subito una personalità scissa, nella quale l’io è inesorabilmente separato dalla persona. E la persona, totalmente assorbita dalla lettura dei romanzi cavallereschi, decide di partire alla ‘ventura’. Preso per se stesso il nome di Don Chisciotte e scelta la sua dama, che all’interno della sua fantasia ha il nome di Dulcinea, ha bisogno di uno scudiero, e lo trova in Salvo Panza. Salvo, assecondandone il delirio, gli trova un elmo e una spada, e per ronzino gli propone un carrello da market.
Siamo in un cantiere della periferia di Napoli: la scena è costituita da
un’imponente impalcatura, e tra la polvere si muovono le discussioni dei due protagonisti, che risolvono in chiave ironica la complessità dei loro pensieri derivati dal conflitto fra idealità e pragmaticità delle cose.
Parlano di amore, “[…] Il bene è come una margherita di maggio, non si sa u pecchè cresca là e non là”, così afferma il fidato Salvo in un momento del dramma. Parlano dei libri censurati – Cervantes, infatti, scrive nel momento della controrifor
ma in una Spagna per antonomasia ‘cattolicissima’ –, della forza della parola che, come ricorda il professore, “fu data all’uomo perché nascondesse il suo vero pensiero”. Parlano della difficoltà di chiamare le cose con il proprio nome, ed il cavaliere sostiene: “Ho detto stupore dove gli altri dicevano abitudine”.
O ancora si soffermano sulla relatività del tempo con delle riflessioni tipicamente borgesiane. Don Chisciotte afferma: “[…] Ti ho conosciuto a Napoli nel 1870”, e Salvo risponde: “Non può essere, perché io non ero nato”.
Tutto, invece, è
possibile dall’ottica del cavaliere errante, perché il tempo è in realtà senza tempo, e se qualcuno ci chiedesse di raccontarci il sogno della notte scorsa o un avvenimento accadutoci in passato, noi avremmo la stessa sensazione di indefinitezza … di incompiutezza!
Non a caso tra i libri annoverati dai due protagonisti spicca ‘La ricerca del tempo perduto’ proustiana. “Ma – avanza un quesito Salvo – la stessa ricerca non sarebbe, forse, perdere dell’ulteriore tempo?”.
Citano Kant, Fichte, Spinoza, Lorca, Balzac, Flaubert, Eco, Shakespeare. E alla fine tornano al punto di partenza, da dove erano partiti. Salvo che aveva prima solo assecondato la follia del cavaliere errante, e dopo creduto alle sue imprese, e in particolare alla conquista dell’isola, nella quale avrebbe avuto il ruolo di governatore, si ritrova solo.
“Cavaliere, io volevo vedere quello che vedevate voi e adesso che non vedete più niente, mi lasciate solo […] Voi mi dovete ancora quell’isola”. “Salvo, tu sei solo e questa è la tua isola”! Lunghi e sentiti applausi per i due attori, fuoriclasse di eccellenza.
Si ringrazia Mario Di Giuseppe per il prezioso e puntuale contributo fotografico.