“TEATRO E SOLIDARIETA’” CHIUDE CON UN SUCCESSO
Ultimo appuntamento conclusivo per la rassegna “Teatro e Solidarietà” coordinata con riscontri positivi dal Teatro Comunale Rossini di Gioia del Colle, dal Gruppo di Volontariato Vincenziane e dall’Associazione Autonoma della Solidarietà, che venerdì 14 maggio ha dato spazio ad un grande spettacolo tratto da un colosso del nostro patrimonio teatrale: “Uomo e Galantuomo” del grande Eduardo De Filippo. Portato in scena da “
L’Associazione nasce nel 1983 con l’intento di promuovere il Teatro spesso collocato in angoli più remoti tra le attività che molto più frequentemente incontrano l’interesse comune. La filodrammatica è iscritta alla UILT (unione italiana libero teatro) e vanta riconoscimenti e premi che danno prestigio e attenzione al suo operato.
In apertura di una serata prolissa, realizzata in occasione del 110° anniversario della nascita di Eduardo De Filippo, il Direttore artistico Vito Marvulli saluta e ringrazia chi di dovere per la riuscita di questa stagione teatrale e ci regala ancora una volta alcune pillole per meglio calarci nella comprensione di quest’opera, svelando una sintonia felice tra lo spettacolo e tutto ciò che è stato il percorso della stagione teatrale che ha trovato la sua chiave di lettura in un teatro inteso come aggregazione umana e sociale.
Eduardo De Filippo, commediografo e attore di singolare maestria, eleva a livello internazionale il teatro popolare napoletano. “Uomo e Galantuomo” (1922) è una commedia in tre atti, inserita nel gruppo della “Cantata dei giorni pari”, appartenente alla fase farsesca di De Filippo e alla commedia dell’arte, che si risolve in maniera esilarante attraverso dei personaggi che sono delle maschere. L’idea di quest’opera nasce in Sicilia mentre è impegnato a recitare in un teatro di rivista, e nonostante possa sembrare ispirato a Pirandello, in realtà gli fa “il verso”. Eduardo, infatti, ha la genialità di precorrere il moralismo, mediante la maschera di Pulcinella, che si avvale dell’arte di arrangiarsi pur avendo integro il senso della dignità umana.
Il regista, Nico Manghisi, inserisce Pulcinella nella sua rivisitazione della commedia, pur non facendo parte del copione originale, ma il tema dell’opera è la Pazzia utilizzata come espediente per mascherare il tradimento, quindi è intriso della filosofia della Maschera tanto amata da De Filippo. In questa interpretazione, rispettosa del testo originale, vi è l’inserimento di alcune Macchiette, di numeri di varietà e di canzoni del cafè-chantant aggiunti per dare voce ai riferimenti fatti nel testo originale. Protagonista indiscusso, Mario Lasorella, nelle vesti di capocomico, che ha dinamizzato lo spettacolo e i personaggi che l’hanno affiancato durante la messa in scena. La musica che accompagna la rappresentazione è tutta dal vivo: una tastiera due flauti e due chitarre, una delle quali suonata da Giuseppe Mastromarino, cittadino di Gioia Del Colle.
È una commedia ricca di equivoci che trovano una via di fuga nella pazzia e ricorre il tema del “teatro nel teatro” legato vagamente al filone pirandelliano. Tutta l’opera è accompagnata da alcuni tormentoni che sorreggono la comicità della storia: la ripetizione della battuta iniziale “Nzerra chella porta”, causa di continui litigi tra il capocomico Gennaro De Sia e il suggeritore, e “io tengo ‘na buatta”, espressione utilizzata dal protagonista ogni qual volta inizia a parlare del suo mestiere, testimonianza della sua loquacità e del suo vizio di raccontare le cose prendendole alla lunga.
I atto
Gli attori di una strampalata compagnia teatrale “L’eclettica”, ospiti a Bagnoli del giovane benestante Don Alberto De Stefano presso un albergo, sono reduci da un fiasco per l’esibizione della sera precedente. Gennaro de Sia cerca il riscatto e insiste per provare ancora una volta il dramma che dovranno rappresentare: “Malanova” di Libero Bovio, trasformata dall’incompetenza degli attori in una gag comica che susciterà il riso di chi si trova ad osservarli. Le prove vengono interrotte dall’arrivo di Salvatore De Mattia – fratello di Viola, la primadonna della compagnia, incinta di Gennaro -, che dopo l’incontro con Don Alberto, il quale a sua volta l’ha scambiato per il fratello di Bice – a sua amante, anch’essa incinta – crede che il galantuomo voglia davvero sposare sua sorella e corre a riferire la lieta novella. Questo equivoco scatenerà una confusione generale, e Gennaro, impegnato a sfuggire dalle grinfie del fratello di Viola, inciampa in una pentola dove sta bollendo l’acqua che nel riversarsi gli ustiona i piedi.
II atto
Gennaro incontra casualmente un Dottore, il Conte Carlo Talentano, che si offre di prestarli gratuitamente le cure necessarie invitandolo in casa sua. Allo stesso tempo Don Alberto, venuto a conoscenza dell’indirizzo di Bice, si reca da lei, a sua insaputa, per chiederla in sposa e scopre che è sposata ed è la moglie del Conte Talentano. Venute fuori le menzogne, Don Alberto si finge pazzo e, con il contributo di Gennaro, fa passare le affermazioni fatte da lui precedentemente come non vere. La finzione è talmente riuscita che il Conte chiama il Cavaliere Lampetti, delegato di polizia, e lo fa incarcerare.
III atto
Il Conte Talentano, ormai a conoscenza della versione reale dei fatti, incontra Don Alberto e lo pone dinanzi ad una scelta: o dovrà farsi ricoverare per un po’ in manicomio in modo tale da celare lo scandalo, oppure, qualora dovesse decidere di uscire, gli sparerà. Scelto il manicomio, poco dopo si presenta Bice, che confessa la vera versione dei fatti: inizialmente Don Alberto si finge pazzo perché con la libertà rischia la vita, poi il Dott. Talentano che attraverso la pazzia vuole evitare l’ira di Bice che ha scoperto il suo tradimento, e infine Gennaro utilizza il mezzo comune per non pagare il conto dell’albergo.